New York: High Line, Chelsea Market e MoMA

New York: High Line New York: High Line | David Berkowitz

Dopo qualche ora di sonno, ci alziamo di buonora e puntiamo subito il primo Starbucks sulla Quinta strada: la sala attigua dove consumare frappuccino e quant’altro è spaziosa e luminosa, a sopperire il piccolo locale della più conosciuta catena newyorkese. Insieme al mio beverone ghiacciato da $4,25 ci sta un baggel che dovrà farci carburare fino alla High Line e al Chelsea Market, i due punti d’interesse cui dedichiamo questa mattinata. Nel pomeriggio sfrutteremo l’Hop on/off della linea verde – downtown tour – per una panoramica sulla parte di Manhattan che ci è ancora sconosciuta. Appuntamento al MoMA dalle 18.00 in poi, perché oggi è venerdì e si entra gratis.

Fedeli al “viviamo la città a piedi”, per raggiungere uno degli ingressi della High Line all’altezza della 30th St, puntiamo in direzione Hudson facendoci ispirare praticamente da tutto. Passiamo così da Times Square, dove ancora non c’è molto caos vista l’ora, costeggiamo il Richard Rodgers Theather sulla 46th St e nel proseguire verso la Settima Avenue ci fermiamo qualche istante davanti a un parcheggio auto, cui ci sfugge il meccanismo. Dobbiamo capire se quick park come nome è appropriato. Speriamo di vedere un’auto arrivare e assistere al miracolo per cui ogni vettura si impila sull’altra e altrettanto agilmente si libera dalla colonna.

Curiosiamo tra le vetrine e i locali per segnarci qualche indirizzo utile. Rimaniamo continuamente rapite dalla street art che si ritaglia spazi appena ne ha l’occasione, e iniziamo a percepire le peculiarità delle diverse arterie della città. La Sesta (già Avenue of Americas) e la Settima iniziano ad abbandonare le super-griffe della Quinta e più ci avventuriamo verso ovest, più le botteghe la fanno da padrone. Rimanendo sulla 46th St e procedendo sempre verso ovest arriviamo  in piena restaurant street con locali e ristoranti l’uno accanto all’altro, chiusi visto che sono le 10.00 del mattino, ma da battezzare prima o poi. Un mix di Italia, Spagna, New Orleans e tutto quello che si può immaginare: dal Barbetta che parrebbe ingannevolmente molto alla buona dall’esterno, passando per La Pulperia fino a Bourbon Street.

Guadagniamo la 34th St e ci regaliamo un succo fresco da Hells Kitchen juicepress sulla Nona, raggiungiamo l’ingresso per salire sulla High Line alla nostra sinistra. Ci aspettiamo una ex-ferrovia convertita in oasi verde pensile riservata a chi ama ritagliarsi una passeggiata lontano dal caos metropolitano, ma troviamo molto di più. Uno spazio artistico ad esempio, con installazioni permanenti create appositamente ed esposizioni temporanee. Un luogo di quiete dove consumare la pausa pranzo, con cibo preso in qualche chiosco o nel localino sulla terrazza, da consumare su chaise longue di legno, gradinate con vista o piccole insenature appartate. Un posto dove i bambini possono togliersi le scarpe nel piccolo Pershing square beams e giocare, guardando la metropoli attraverso gli oblò verdi.

High Line, New York

Godiamo del paesaggio urbano che alterna cantieri sempre in opera e interni di case non sempre a prova di privacy, viste di terrazze favolose e retrobottega di ristoranti cinesi, scorci con inaspettati murales e l’Hudson River con le sue barche oltre la colonna di mezzi sulla Dodicesima. Comprensibile perché i newyorkesi amino questo spazio verde urbano a 10 metri d’altezza. Chiacchierando con i volontari  scopriamo che non si occupano solo delle aiuole, delle potature dei fiori o delle bancarelle, ma anche di visite guidate e dell’organizzazione di diverse attività a sostegno della Highline.

Scendiamo all’altezza della 14th per infilarci tra le mura di mattoni del Chelsea Market. Ecco: la ex-linea ferroviaria con i treni merci portava qui la materia prima per i mattatoi che punteggiavano la zona. Apprezziamo l’evoluzione del Meatpacking District e passiamo al setaccio il nostro obiettivo, dopo un passaggio al volo al piccolo Hudson River Park. Se l’ingresso regala artigianato accattivante e di buona fattura (abiti, gioielli, quadri, accessori made in New York), è poi il cibo a farla da padrone. Spazia dalle ostriche di Cull & Pistol Seafood ai tacos di Takumi, che prepara anche delle ottime insalate da comporre in base alle preferenze proteiche ($11.94 una kale e quinoa salad con parecchia varietà di verdure, mandorle tostate e pollo alla griglia nel mio caso).

Chelsea Market, New York

Il market è un vero e proprio labirinto su due piani, dove si alternano banchi alimentari boutique in cui comprare cibo, monomarca che possono lasciar perplessi – vedi Giovanni Rana con formati di pasta mai visti in Italia – e autentiche ricercatezze per intenditori. La parte più complicata è trovare posto a edere, ma nel caso la Highline non è lontana. L’offerta di cibo da consumare in loco è imbarazzante, un mese non basterebbe per battezzare tutto. Per i vegani suggeriamo Beyond Sushi, dove il sushi è vegetale, mentre chi ama i formaggi troverà soddisfazione al piano interrato con panini filanti alla griglia. E poi vino, fiori e musica. Non sorprendetevi se all’improvviso qualcuno inizia a cantare o suonare o entrambe. A New York un’esibizione jazz può essere economica e dove meno ce lo si aspetta. Dopo pranzo e dopo qualche cadeau, sono già le 15.00, per cui è ora di muoversi. Usciamo sulla Nona, davanti a noi Google e la vastità di New York.

La nostra prossima tappa è sull’Ottava, tra la Quarantasettesima e la Quarantottesima strada: lì il nostro bus per il downtown tour ci attende. Vedremo la parte sud di Manhattan dall’alto dando un po’ di tregua ai piedi. Arriviamo alla 23th e ci buttiamo sulla 8th Avenue. Dopo 40 minuti circa siamo in fila per salire sul nostro HopOn/HopOff che dopo Times Square e un passaggio veloce davanti a Macy’s, punterà verso l’Empire State Building. L’abbiamo già avvicinato la prima sera, ma ora ci appare in tutta la sua mastodontica presenza. La corsa prosegue verso il Flat Iron district, costeggia Union Square e continua sulla Broadway tra il quartiere di Soho/Noho e Nolita/Little Italy. Che è sempre più little. New York si trasforma velocemente, i confini delle diverse zone cambiano, si dilatano o implodono. Il cielo grigio regala fascino ai grattacieli, ai campanili gotici e alle iconiche scale antincendio contro muri di mattoni.

Assaggiamo Chinatown e all’altezza di St Paul, sulla destra l’Observatory Tower sbuca senza preavviso. Siamo arrivate al Financial District. Qui sembra di aver fatto un salto quantico nel tempo, visti gli imponenti edifici neoellenici e romanici, dalla Federal Hall dove ha sede il museo post-coloniale e dove Washington fu proclamato primo presidente degli Stati Uniti, fino alla Stock Exchange meta di colletti inamidati ed emblema del capitalismo occidentale. Maestose colonne bianche lasciano il posto al verde di Battery Park e ai pontili del porto, proseguiamo per un pezzo sulla Franklin Delano Roosvelt Drive prima di risalire verso Chinatown, dove rimaniamo ammaliate dall’arte di strada che ricama anche solo piccoli spazi rubati tra un edificio e l’altro. Passiamo per l’East Village e rimaniamo sulla 1th Avenue fino a raggiungere la sede delle Nazioni Unite. Ci colpisce un monumento proprio davanti, composto da cinque colonne e una sfera blu poggiata su una di esse, a terra una ventiquattrore che pare di bronzo, accanto un mazzo di fiori freschi. Scopriamo essere il monumento a Raoul Wallenberg, uno dei Giusti tra le nazioni.

Risaliamo Manhattan e ci insinuiamo ancora una volta nella Midtown, uno dei set cinematografici più grandi del mondo: sfilano le scenografie, il Waldorf Astoria, il Rockfeller Center – con una sfilza di Ferrari ad onorarne il 70° compleanno – e Radio City. Scese dall’autobus, una sbirciata rapida alle decorazioni natalizie da appendere all’albero tipiche della Grande Mela e via verso il civico 11 sulla Cinquantatreesima strada dove ci attende il MoMA, il Museum of Modern Art.

Museum of Modern Art, New York

MOMA | Ale Mad

L’entrata sembra costipata, ma è l’unico giorno in cui il museo rimane aperto fino alle 20 ed è a ingresso gratuito. In realtà entriamo velocemente e ci godiamo quanto più possibile. Gli schermi digitali all’ingresso aiutano a visualizzare le tematiche da vedere sui diversi piani, ben sei. La splendida Garden Rose di Isa Genzken attira su di sé tutti gli obiettivi nel Giardino delle Sculture, spazio incantevole dove ritagliarsi un po’ di relax e godersi il crepuscolo ancora caldo. Ci si perde nei sottili e invisibili tragitti che ogni piano e ogni galleria traccia, tra sculture aracnoidi, mostri sacri della pittura e della scultura, quesiti sulla moda, elicotteri mosche, provocazioni architettoniche. La Notte stellata di van Gogh al quinto piano, ma anche Frida Kahlo, Matisse, Balla e Duchamp.

Ci facciamo cacciare, è orario di chiusura, un riso thai dall’ambulante vicino all’hotel per una piccola pausa prima della serata. L’happy hour è già finito ma il 230 Fifth Rooftop bar ci aspetta per una notte spensierata, mentre sorseggiamo un cocktail davanti ad un panorama di luci che non smettono di ammaliarci.