Rapa Nui, l’isola misteriosa alla fine del mondo

Rapa Nui, Isola di Pasqua Rapa Nui | © Eleonora Dal Prà

È l’insediamento abitato più isolato del mondo, conosciuto a livello planetario per i quasi mille moai disseminati nel territorio. Lontana da tutto e da tutti, Rapa Nui è un granello di sabbia che emerge nel mezzo dell’oceano Pacifico. Un luogo misterioso segnato da una sorte infelice

La seconda parte del viaggio in Cile intrapreso con mio papà Roberto, dopo l’eclissi di Sole nel deserto di Atacama, prosegue all’Isola di Pasqua (Rapa Nui in lingua nativa), una provincia a sé stante della regione di Valparaíso. La sua forma ricorda vagamente quella di un triangolo rettangolo, con una lunghezza massima di ventiquattro chilometri e una larghezza massima di tredici. L’isola è la sommità di un grande cono vulcanico che si erge dal fondo oceanico da una profondità di più di duemila metri. Tornati a Santiago, dopo sei ore di volo e 3.600 chilometri, siamo atterrati a Hanga Roa, la capitale di un’isola che ormai altro non è che un parco naturale.

Il mistero dei moai dell’isola di Pasqua

Dal 1935, buona parte del territorio dell’isola e tutti i suoi siti archeologici sono entrati a far parte del Parque Nacional Rapa Nui. Le tariffe per gli stranieri sono di 80 dollari per gli adulti e 40 per i minori; i biglietti possono essere acquistati presso l’aeroporto di Mataveri, l’ufficio centrale della comunità indigena Ma’u Henua, e gli uffici del CONAF (settore Mataveri), e hanno una validità di 10 giorni dal primo timbro con la rispettiva data di entrata in un sito.

Colori intensi, brillanti, vitali. Spazi aperti, illimitati senza confini. In mezzo, la bellezza primordiale di grandi monoliti che compaiono all’improvviso e che, nell’immaginario collettivo, rappresentano il simbolo di questa terra. Eppure, Rapa Nui trasmette malinconia. È l’insediamento abitato più remoto del mondo, una piccola roccia sperduta nell’oceano Pacifico divenuta celebre per i moai disseminati sul territorio, allo stesso tempo emblema e causa della sua distruzione.

Rapa Nui, l'enigma delle statue

Rapa Nui | © Foto di Eleonora Dal Prà

Gli occidentali la scoprirono il giorno di Pasqua del 1722 grazie all’ammiraglio olandese Jacob Roggeveen, che in quell’occasione ne coniò il nome, ma i suoi abitanti preistorici sono stati considerati una delle culture più curiose del mondo antico anche a causa del suo estremo isolamento: 1.600 chilometri da qualunque altra terra abitata. Una popolazione con un proprio sistema di scrittura, rongorongo, per decenni rimasta incompresa e mai completamente decifrata, una struttura politica e religiosa ben definita, e una cultura che si esprimeva attraverso la costruzione di imponenti teste scolpite nella pietra vulcanica.

A causa dell’incontro con il mondo occidentale e di altri collassi precedenti, la memoria del popolo di Rapa Nui finì per perdersi per sempre e la sua tradizione orale è colma di interrogativi. La storia fu, così, ricostruita sulla base di miti e leggende, che hanno conferito a questo granello di terra di 160 chilometri quadrati un alone di mistero, conosciuto ancora oggi come uno dei principali enigmi dell’archeologia.

Le statue di Rapa Nui

Le statue di Rapa Nui | © Foto di Eleonora Dal Prà

Sono proprio i moai, grandi busti sparsi sull’isola con dimensioni variabili tra i cinque e i dieci metri di altezza, ad aver alimentato le più stravaganti teorie legate alla loro origine. Le statue potrebbero rappresentare capi tribù indigeni morti e, secondo la credenza popolare, avrebbero permesso ai vivi di prendere contatto con l’aldilà. Oggi i ricercatori hanno dei dubbi sul fatto che i personaggi ritratti siano realmente esistiti: forse rappresentavano simulacri di dei benevoli, monoliti augurali in grado di portare benessere e prosperità dove volgono lo sguardo.

Per questo molti di essi sarebbero rivolti verso il mare, per auspicare un’abbondante pesca. Per altri studiosi sarebbero invece offerte agli dei, capaci di favorire eventi propizi, come la caduta della pioggia e la crescita di prospere coltivazioni. A prescindere dal loro significato, i moai sono impressionanti e sono la causa del disastro ambientale avvenuto a Rapa Nui.

Intagliati da un unico blocco di roccia direttamente nell’imponente giacimento scavato nel cratere di tufo basaltico del vulcano estinto Rano Raraku, i busti venivano trasferiti, tramite rulli di legno, per essere eretti sopra un’elevata piattaforma, ahu. Ma gli esploratori che avevano scoperto l’isola l’avevano descritta come priva di alberi. Come potevano, dunque, le antiche popolazioni trasportare le pesanti statue senza l’uso di leve?

statue misteriose a Rapa Nui | © Eleonora Dal Prà

Rapa Nui | © Eleonora Dal Prà

Analizzando i pollini depositati dalla vegetazione nei laghi, gli archeologi hanno ricostruito le modificazioni ambientali, confermando che un tempo Rapa Nui era coperta di palme. Si pensa che la domanda di legno necessaria a supportare la continua erezione e trasportp di moai abbia portato al totale disboscamento dell’isola. Se questa teoria è corretta, l’Isola di Pasqua doveva essere un tempo un piccolo paradiso tropicale, con una vegetazione rigogliosa ricca di foreste con alberi ad alto fusto e piena di uccelli terrestri e marini. Ed era proprio così che la videro i primi colonizzatori polinesiani nel 900 d.C., che ne scoprirono l’esistenza proprio grazie alla grande quantità di uccelli che le volteggiavano attorno, e che la rendevano la più grande colonia di uccelli marini di tutto l’oceano Pacifico.

Fu un uso spregiudicato della deforestazione dovuto soprattutto al forte incremento demografico della popolazione e alla rivalità che si accese tra i diversi clan a decretare l’estinzione della civiltà di Rapa Nui. La competizione, che si concretizzava nella realizzazione di moai, diede il via a una corsa alla pietra con conseguenze dirette sulla quantità di alberi presente sull’isola.

Rapa Nui | © Eleonora Dal Prà

Rapa Nui | © Eleonora Dal Prà

Ma ad alimentare i misteri dell’Isola di Pasqua contribuì anche una notizia falsa fatta circolare dallo scrittore svizzero Erich von Däniken, un ciarlatano privo di qualunque formazione accademica che nel 1968 pubblicò un libro in cui sosteneva che i moai fossero un manufatto alieno, in quanto le antiche civiltà non sarebbero state in grado di erigere strutture imponenti come le piramidi, le linee di Nazca o il complesso di Stonehenge. Secondo questa teoria, suggestiva ma priva di basi scientifiche, alla base di queste realizzazioni imponenti ci sarebbero gli alieni, che le avrebbero direttamente costruite, oppure le avrebbero ispirate fornendo le tecnologie necessarie.

L’uso forsennato delle risorse determinò il declino della società. Gli abitanti si ritrovarono senza più legna da ardere e fu impossibile anche costruire navi più grandi che permettessero di abbandonare l’isola. Inoltre, la scarsità delle risorse innescò violente guerre tra i clan, combattute non più attraverso la costruzione della statua più grande, ma con l’uso delle armi e della violenza.

Il disfacimento fu inarrestabile. Nel 1872 si contavano solo 111 sopravvissuti appartenenti a quell’antica civiltà polinesiana che per secoli aveva abitato l’isola, contro i trentamila abitanti presenti durante il suo massimo sviluppo.

Rapa Nui oggi

Oltre a un interesse archeologico, l’isola di Pasqua non offre granché. Playa Anakena è l’unica spiaggia sabbiosa rimasta, ma le acque oceaniche sono fredde. Le coste sono frastagliate, non c’è barriera corallina. La vegetazione è scarsa e sull’isola si aggirano alcuni cavalli allo stato brado e molti cani randagi. In poche parole, Rapa Nui è un caso emblematico di deforestazione e conseguente estinzione della fauna da parte dell’uomo. E, quel che è peggio, compiuto dall’uomo non industrializzato, che si immagina sempre in armonia con la natura.

Rapa Nui | © Eleonora Dal Prà

Rapa Nui | © Eleonora Dal Prà

Simboli del tradizionale potere sociale e religioso di Rapa Nui, le enormi creazioni di pietra lavica hanno lasciato il compito di proteggere il territorio a tutta la comunità indigena, che oggi orienta il centro della vita civile e politica isolana nella relazione d’amore e odio verso lo Stato cileno. Gravi problemi ambientali, un allarme per l’impoverimento della cultura locale, e la necessità di preservare il patrimonio archeologico hanno spinto il Cile ad adottare misure restrittive per la permanenza di turisti. Ciò che preoccupa gli abitanti autoctoni è il rischio di perdere l’identità culturale in seguito a un aumento della popolazione, con gli stranieri che stanno portando la lingua nativa verso l’estinzione. Per non parlare dei danni che negli anni i turisti hanno prodotto ai resti archeologici.

La storia degli abitanti dell’Isola di Pasqua conferma ancora una volta che la cattiva gestione delle risorse naturali può portare a conseguenze drammatiche, fino anche all’estinzione di un’intera cultura, che l’uomo ha annientato per sempre. Un argomento quantomai attuale e preoccupante nel difficile momento storico che stiamo attraversando.

Rapa Nui | © Eleonora Dal Prà

Rapa Nui | © Eleonora Dal Prà

Come e quando andare a Rapa Nui

Per raggiungere l’isola siamo partiti dall’aeroporto di Santiago de Chile con un volo LATAM della durata di sei ore circa. I voli sono frequenti: sette a settimana, e mercoledì e domenica due giornalieri per l’itinerario Santiago-Isola di Pasqua; sette voli a settimana per la tratta opposta.

Il clima di Rapa Nui è di tipo subtropicale con temperature massime che raggiungono i 30-35 gradi nei mesi tra gennaio e aprile, e minime intorno ai 10-15 gradi nel periodo da giungo ad agosto. Le piogge sono presenti durante tutto l’anno con picchi massimi ad aprile e maggio. Il periodo migliore per visitarla è quindi tra dicembre e aprile.

DOVE DORMIRE A RAPA NUI – ISOLA DI PASQUA: Camping Mihinoa a partire da 37 euro a notte; Hostal Cabanas Manatea a partire da 60 euro a notte; Takarua Lodge Hotel a partire da 143 euro a notte.