Prince Edward Island, l’Oceano intorno e in tavola

Prince Edward Island CC Charles Hoffman
L’articolo fa parte del viaggio in Canada orientale di Thomas, qui trovi l’itinerario completo »

Il passaggio dal francese all’inglese è stata una questione di architettura e ingegneria: il ponte J.C. Van Horne Bridge collega infatti Pointe a la Croix, ultimo paese del Quebec con Campbellton, primo paese del New Brunswick. L’ultima ora del giorno, che nei paesi anglofoni è chiamata “golden hour” invade l’abitacolo dell’auto con i riflessi rosati del golfo che delinea il lato sud la penisola di Gaspé.

Con la cartina alla mano raggiungiamo un via residenziale di tipici cottage di legno ai piedi della collina che fa ombra sulla parte portuale di Campbellton; la quiete della sera e le prime luci gialle delle finestre e dei portici hanno reso probabilmente la cittadina più affascinante di quello che sarebbe in pieno inverno. Non di meno la stanza privata che abbiamo prenotato per la notte su in una casetta verde brillante dal tetto bianco, ci accoglie in un abbraccio di pizzi, merletti, oggetti domestici e foto di famiglia lungo un corridoio di legno quasi cinematografico che termina in una stanza con letto a baldacchino e bow-window sul cortile interno.
Tempo di farci suggerire dove cenare e attraversando a piedi un parcheggio nella zona dei docs alla base della collina, in stile Breaking Bad, ci ritroviamo ad assaggiare un’insalata di salmone locale circondati da maxi schermi che trasmettono partite di hockey e NBA.

Il mattino seguente, dopo un’abbondante quanto silente colazione a base di pancake, serviti dalla figlia della proprietaria, riprendiamo la route 132, che intanto viene rinominata 11Hwy, direzione sud, in parte costeggiando sulla sinistra la costa atlantica, superando uscite verso cittadine di cui si intravedono solo silos e campanili, in parte tagliando attraverso distese infinite di conifere, le cui punte brillano sotto un sole particolarmente caldo in un cielo terso.

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Dopo ore di guida senza particolari distrazioni né traffico, sperando invano nell’apparizione di un alce lato strada (nonostante i segnali di attraversamento ogni chilometro), giungiamo ad un bivio che prende verso ovest tagliando orizzontalmente la regione e verso est puntando deciso verso la costa, dove i segnali stradali indicano PEI, acronimo di Prince Edward Island, nostra destinazione.

L’accesso all’isola è un lunghissimo ponte a due sole corsie, circa otto chilometri, regolato dalle colonne di uno spartitraffico alla base, che consente lo smistamento del traffico in modo agile, anche perché il pedaggio si paga solo al ritorno. La velocità obbligatoria di 50km/h ci consente di spaziare con la vista, oltre il parapetto di cemento, lungo tutta la baia, avendo quasi la sensazione di essere su un aereo in fase di atterraggio vicino al mare.
Ma ancora più sorprendente è il paesaggio naturalistico dell’isola: leggere colline disseminate di boschetti e fattorie, campi di mimose e girasoli alternati a pascoli incolti macchiati di papaveri, piccoli centri abitati colorati lungo torrenti e valli con bestiame sparso. Insomma un idillio bucolico in mezzo all’Atlantico. Non a caso leggiamo che il soprannome dell’isola “gentle island”.

Puntiamo verso Charlottetown, al centro geografico dell’isola, una cittadina sonnolenta, sede dell’università e del municipio, capoluogo della regione, con un piccolo quadrilatero di negozi e ristoranti che finisce lungo una placida insenatura naturale al cui riparo si muovono lente diverse imbarcazioni. L’atmosfera di serenità si percepisce ovunque: la baia è tranquilla, il vento sugli alberi lieve, la gente cammina lentamente lungo i vialetti alberati, il sole del tardo pomeriggio si avvicina alla linea dei tetti di legno, sotto i portici del centro i turisti e gli abitanti del posto sorseggiano calici di vino e mangiano crostacei, che scopriamo essere la specialità del posto.

Il pernottamento è una stanza nella casa d’epoca della signora Gwen, un b&b chiamato Spillett House, la cui pulizia è impeccabile, quasi da pentirsi di non aver infilato delle pantofole nello zaino, con lucidi pavimenti in parquet, mobili antichi, trapunte fate a mano sui letti e tendine di pizzo alle finestre. Su suggerimento di Gwen ceniamo in un ristorante asiatico fusion nel centro, gestito da una famiglia di origine tailandese, ma dopo aver prenotato due posti a sedere per la cena della sera seguente al Water Prince Corner Shop, rinomato locale di pesce preso d’assalto dalla gente del posto.

Faro Point Prim

CC Nicolas Raymond

Il giorno seguente ci lanciamo di buon mattino alla scoperta dell’isola, percorrendone il periplo da est a ovest lungo la Points Ea st Coastal Drive, lunga 338 chilometri, che si snoda serpeggiante lungo il litorale, toccando i principali siti d’interesse. In particolare la parte nord est si snoda in una sottile striscia di terra verde, ricoperta di rose canine, fiori selvatici e spighe di grano sui cui lati splendo lunghe spiagge di sabbia rossa. Proprio sulla punta, Point Prim, sorge il più antico faro della zona.

Il pomeriggio viene speso nel lato nord di PEI, nella zona ad ovest della cittadina di Greenwich, dove il litorale è stato sottoposto alla tutela del Parks Canada dal 1998, ed oggi è sotto la supervisione del Prince Edward National Park. La costa del piccolo promontorio qui termina in una lunga spiaggia che si alza in due imponenti dune di sabbia gialla, in continuo movimento, davvero spettacolari, per altezza e panorama. La salita un po’ faticosa per delle gambe vacanziere vale la vista, ma la discesa in lunghi balzi e capriole è stato puro divertimento.

La cena di pesce tanto attesa si rivela degna delle aspettative. Nonostante la prenotazione dobbiamo aspettare un buon quarto d’ora, ma poi veniamo serviti ad un tavolino all’aperto sull’angolo di due stradine residenziali. Le portate generose di cozze, capesante e ostriche precedono un hamburger di salmone, fishnchips e mezzo astice con verdure. Un sapore squisito di pesce d’oceano, e persino il bianco della zona è sorprendente. Due passi sul molo per digerire ammirando i colori di un ennesimo tramonto e con la guida in mano decidiamo che il giorno successivo si scoprirà un po’ di interno dell’isola.

Gwen ci sorprende con una colazione tardiva home made fatta di poshed eggs e pancakes, per cui ci mettiamo alla guida ben pasciuti, puntando a nord-ovest dal lato sud dell’isola verso le contee di Queens County, Prince County e Regione Evangeline, dove il retaggio culturale dell’isola è più marcato. Le colline ed i boschi si alternano a diversi fiumi che sfociano nelle insenature a nord e sud, i villaggi rurali sembrano tutti cartoline, salvo che alcuni sono sovrastati da gigantesche pale eoliche. Qui vivono due comunità che cercano di mantenere saldi e vivi i loro costumi e tradizioni: i discendenti degli acadiani, i primi colonizzatori francesi dell’isola, i cui villaggi spesso mostrano una bandiera rossa bianca e blu con una stella gialla; e i 250 abitanti del popolo nativo dei mi’kmaq che vivono sul Lennox Island, collegata alla terraferma da un ponte mobile che offre due sentieri didattici di circa 13 chilometri e un complesso aborigeno ecoturistico con museo e guide locali.

ostriche Malapeque

CC Elliot

Sul tardi la voglia di pesce torna a farsi sentire, per cui ci facciamo tentare nuovamente dalle ostriche di Malpeque, un minoscolo borgo, ma fornitore principale di tutte le ostriche dell’isola, situato in una piccola baia stipata di pescherecci e circondata dai capanni dei pescatori dipinti a colori vivaci.

Seduti al Malpeque Oyster Barn, situato al primo piano di un magazzino di pescatori, dove a malincuore non compriamo ostriche come souvenirs, ammiriamo i preparativi dei pescatori lungo il molo, degustando le ultime prelibatezze oceaniche e valutando, mappa alla mano, i prossimi giorni di viaggio.

A breve la prossima tappa dell’itinerario di Thomas in Canada. Per non perdere i prossimi articoli segui la nostra pagina Facebook!