In Togo, tra coloro che sanno costruire

villaggi Tamberma - Togo © Carla Squaiella
Questo articolo è una tappa del viaggio di Mattia e Ileana in West Africa. Leggi l’itinerario completo qui »

Sono trascorsi circa 15 giorni dall’inizio del nostro viaggio in Africa. Abbiamo visitato il Burkina Faso, con la città di Ouagadougu, Bobo-Dioulasso, le tribù Lobi e la città di Bani. Ora siamo di nuovo in partenza e ci lasciamo definitivamente alle spalle il Burkina, un po’ a malinquore ad essere sinceri, perché sono stati dei giorni che, già lo sappiamo, ricorderemo. Ma la terra rossa chiama e così tra un bus e l’altro, un po’ di pioggia, tanto sole, qualche intoppo, scortati dai nostri pensieri, passiamo il confine e raggiungiamo il Togo.

Anziana Tamberma - Togo

© Carla Squaiella

Il Togo, una sottile lingua di terra grande due volte la Lombardia, è considerata una delle zone più interessanti e piacevoli da viaggiare dell’intero West Africa, grazie anche alla cortesia degli abitanti. Le principali mete dei viaggiatori sono la città di Lomè, e i viallaggi di pescatori lungo la costa, con le belle spiagge.

Noi arriviamo da Ouagadugu e per ora facciamo solo una sosta di qualche giorno a Kara, città che confina con il Benin (la raggiungiamo passando per Dapaong). Qui organizziamo un tour con guida e auto – il costo al giorno è di circa 18.000 CFA, circa 30 euro (nel 2003) – l’obiettivo? Visitare i villaggi nei dintorni: Tamberma, Lamba, Losso e Kalyen. I villaggi sono molto caratteristici, le tribù hanno ben resistito all’assalto della modernizzazione.

I Tamberma, i più famosi, a cui un’intera valle deve il nome, vivono in villaggi fortificati. Le case sono chiamate tata, e costituite da una serie di torrete di fango collegate da mura, senza finestre, solo piccoli fori per avvistare il nemico ed, eventualmente, “abbatterlo”. I villaggi Tamberma sono tra i migliori esempi di architettura tribale dell’intera Africa, immersi in una natura selvaggia e suggestiva fatta di arbusti, alberi di mango e baobab. Animisti praticanti, disseminano il villaggio di amuleti e feticci, sono abili cacciatori e poligami. Molte le similitudini con le tribù Lobi del Burkina Faso, ma qui i costruttori sono d’eccellenza, si pensi che i Tamberma chiamano se stessi betammari-be, “coloro che sanno costruire”. Con le dita decorano le pareti di fango e al momento della costruzione, uomini e donne hanno compiti ben distinti. I primi ergono le mura, mentre le seconde fanno il lavoro pesante, andando avanti e indietro a raccogliere acqua e fango al fiume. Saranno loro, le mogli, ad occuparsi in seguito della manutenzione della tata di fango, che deve essere costantemente ristrutturata.

E così andando tra un villaggio e l’altro catturiamo immagini e sensazioni di un mondo diverso. Rimaniamo a osservare i fabbri che lavorano i metalli, donne impegnate nella tintura dei batik, camminiamo lungo le strade di fango. E respiriamo una bella sensazione, di tranquillità, di gente che vive con poco, ma vive bene, certamente in un’armonia con la natura, a noi da tempo preclusa.

Il viaggio continua… Nell’antico regno di Abomey, in Benin ➔