Ouagadougou, alla scoperta del Burkina Faso

Burkinabè
Questo articolo è una tappa del viaggio di Mattia e Ileana in West Africa. Leggi l’itinerario completo qui »

Partendo di là e andando per circa sei ore verso libeccio, mi trovo a Ouagadougou. Cuore del Burkina Faso, città senza centro, perché ogni centro è una strada e ogni strada è una casa, dove la gente dorme e si nutre avvolta da odori intensi di braci e di bestiame. Affaticata dalla polvere, ansima e respira lenta la capitale, squarciata di rado da suadenti piogge, si scioglie e rinasce dal fango.

7e40. Aeroporto internazionale, già dimentico di ciò che vuol dire volare, strozzato dall’afa, vengo travolto da tassisti o presunti tali. Un attimo per capire, per scandire il respiro, e poi mi ritrovo in un pezzo di lamiera travestito da automobile. L’autista sembra simpatico: “Auberge Pavillon Vert!” faccio io, fingendomi attento e padrone della situazione “Pas problem!” risponde lui. Parentesi: come più avanti avrò modo di constatare, qui, finché sorge il sole, nulla è un problema; e questo fa specie, soprattutto in una regione di mondo dove il domani non è un progetto, ma una speranza.

Burkina FasoDal finestrino del taxi comincio finalmente ad osservare fuori, non c’è che dire, tutto è straordinariamente diverso. La strada ocra è battuta dalla vita in ogni sua forma: polli, capretti, donne con vesti colorate e stoviglie di terracotta in equilibrio sul capo, bambini coperti da qualche straccetto che giocano felici facendo ruzzolare con un rametto un copertone di bicicletta, uomini che si trascinano la polvere succhiando sacchettini d’acqua fresca, asini magri con occhi sporgenti dalla fatica, carichi di bisacce, otri e quant’altro. Ai bordi della route rigagnoli infetti e baracche abbarbicate con tetti di lamiera. Non so che razza di strada fosse, provinciale o urbana, quale precedenza dovessimo rispettare, quella del pollo dell’asino o del bambino; so solo che il tassista sembrava sicuro, tranquillo, in quel tripudio di corpi, che ognuno sembrava andasse per una direzione sua, invece, a uno sguardo più attento, dimostravano seguire un senso a me indecifrabile. Sembrerebbe che in ogni luogo di questa città si possa fabbricare arnesi, vendere, barattare e accumulare denaro o pezzi di ricambio e nello stesso tempo cucinare, svestirsi e dormire. Trovato il posto dove alloggiare, passo la giornata a rivedere il programma di viaggio per i prossimi giorni.

Poi arriva la notte: un bagno di sudore, una lotta con il sonno scandita da brevi istanti di entusiasmo, ma prima di tutto la cena: un pollo in brodo che più avanti scoprirò essere la causa di qualche fastidio. La mattina mi alzo senza forzarmi, dalle serrande filtra invadente la luce calda del giorno, il gallo orgoglioso aveva già dato prova della sua intelligenza dichiarando più volte di conoscere la differenza tra la notte e il giorno.

viaggio Burkina Faso6e15. Le strade sono già rumorose di faccende e di discorsi. Consumo la “petit dejeuner” in un piccolo cortiletto curato, con al centro un mango sontuoso. Poi un ragazzo dell’albergo si offre di accompagnarmi alla stazione dell’autobus, inutile rifiutare. Mi racconta qualcosa del suo impiego, della vita in Burkina e dei suoi parenti che abitano a Dori. Poi eccomi alla bus station: un delirio, ma comincio ad entrare in clima. Viene difficile muoversi, dal momento che decine di donne con vassoi in testa colmi di vivande, come baracchini ambulanti, mi accerchiano e urlano le loro merci. Banane minuscole, polli allo spiedo, manghi, dolcetti di sesamo e miele, pacchettini d’acqua, salse salsine e salsette, tuberi, radici e pietanze sconosciute. Nella ressa riesco a scorgere anche delle baguettes, ne prendo due, poi, non so come, salgo al volo sul bus. La sistemazione non è comodissima, il posto è sia per me che per lo zaino, infatti il montacarichi e la stiva del mezzo sono gia occupati da bestiame motociclette e beni di ogni tipo. E’ una via di mezzo tra un trasporto civile e uno industriale, ma non c’è da sorprendersi “C’est l’Afrique!” come avranno modo di ammiccarmi i numerosi compagni di viaggio.

Bene, si parte. Ouaga – Dori: 200 km circa di tragitto, la strada, per più di 2/3 sterrata, è sconsigliata nei periodi di pioggia. Tempo di percorrenza stimato in condizioni atmosferiche ottimali: tra le 5 e le 7 ore. Ed ecco che la terra dei Bobo, dei Lobi, dei Mossi e dei Gourunsi si fa meno timida e fiorisce in tutto il suo splendore; la savana, la brouche del plateau centrale è puntellata da acacie, manghi e baobab alberi magici, abu habeb, chiome interrate e radici al vento, che verso il crepuscolo sembrano trascolorare nel cielo rosso cremisi come rivoli di china. Poi villaggetti sparsi qua e la, tutti di fango e argilla con casette e granai dai tettucci in paglia, e i Burkinabé si muovono ciondolando dal caldo, adempiono il loro impiego, lenti, ma senza mai fermarsi. Pastori, contadini, mercanti da abilità negoziatorie degne di ogni plauso, suonatori, maghi, mamme, bimbi, tutti sanno cosa fare, anche quando il sole è alto di mezzo e bisogna star fermi ad aspettare…

Il viaggio continua… Raggiungiamo Dori in autobus