Viaggio tra i luoghi dell’Inferno di Dante

Castello di Gradara Castello di Gradara

Dante Alighieri, il Sommo Poeta riportato al popolo (televisivo e teatrale) da Roberto Benigni, è indubbiamente una delle figure più significative della cultura e dell’identità del nostro Bel Paese: la sua opera più famosa è stata anche il primo scritto fondativo della nostra lingua nazionale, nonché il primo on the road virtuale ambientato nel centro Italia, tra storie e personaggi che grazie a lui sono riusciti a sopravvivere all’oblio del tempo.

Nonostante la scuola non abbia mai reso reale giustizia alla Divina Commedia, i grandi peccatori dell’inferno sono comunque riusciti a catturare l’attenzione di ogni studente ed è a loro che rendiamo omaggio in questo percorso tra le fiamme del capolavoro dantesco.

1. Canto III: IL CASTELLO DI FUMONE (Lazio)

L’itinerario inizia seguendo l’ordine della Divina Commedia, partendo quindi dal primo incontro appena varcata la soglia dell’Inferno, dove risiedono gli Ignavi: “coloro / che visser sanza infamia e sanza lodo” e che per punizione sono condannati a inseguire un’insegna bianca (vuota come la loro esistenza), senza abiti e nudi mentre vengono punti da vespe e mosconi. Tra queste tristi anime viene citato “colui / che fece per viltade, il gran rifiuto” ed è a lui che dedichiamo questa prima tappa del nostro viaggio.

L’uomo così disprezzato da Dante è Pietro Angeleri da Morrone, diventato Papa nel 1296 alla veneranda età di 85 anni, dopo un’intera vita passata da eremita senza particolari ambizioni. Sin da subito però fu evidente che non era all’altezza del compito ricevuto, sia per la personalità mite e solitaria, che per formazione culturale piuttosto modesta, per questo – dopo solo quattro mesi – rinunciò al titolo, dando le seguenti motivazioni:

Spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe, al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta.

Il “gran rifiuto” portò così all’ascesa del più giovane e ambizioso Papa Bonifacio VIII – fortemente odiato da Dante e da lui ritenuto responsabile del suo esilio politico da Firenze – ma costò comunque la vita all’anziano monaco molisano, che poco dopo venne rinchiuso nella rocca del Castello di Fumone per mano del nuovo Papa, preoccupato che i suoi avversari potessero coalizzarsi per riportare al potere il più docile predecessore; per questo decise di farlo suo prigioniero a vita. Tuttavia, dopo soli dieci mesi di detenzione, Pietro Angeleri morì.

Ma come mai venne scelta proprio la città di Fumone (in provincia di Frosinone) per imprigionare l’anziano monaco? Perché il castello era di proprietà della famiglia di Papa Bonifacio VIII: i Caetani. Oggi l’edificio è ancora in ottimo stato ed è visitabile al pubblico, l’ingresso è a pagamento ed è possibile visitarlo solo accompagnati da una guida. All’interno troverete un Santuario in onore dell’umile Papa, così come potrete esplorare i sotterranei e vedere con i vostri occhi la cella nella quale finì i suoi giorni lo sfortunato Celestino V.

Il nostro consiglio per dormire a Fumone: Locanda Il Falco Nero

2. Canto V: IL CASTELLO DI GRADARA (Marche)

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Impossibile non riconoscere immediatamente i protagonisti di questi versi: Paolo e Francesca. Si tratta, infatti, di uno dei passaggi che da sempre colpiscono di più l’immaginario dei lettori (e dei tanti cantanti nostrani che hanno reso loro omaggio, come Venditti e Jovanotti), ma anche dello stesso Poeta che dopo aver udito la loro storia, per la grande pietà provata, cadde “come corpo morto cade”.

Il terribile delitto avvenne nel castello di Gradara, in provincia di Pesaro e Urbino, dove la giovanissima Francesca da Polenta si era trasferita in seguito al matrimonio – concordato dalle famiglie – con il primogenito dei Malatesta (nonché fratello maggiore di Paolo). Grazie alla testimonianza di Dante, il loro amore e il suo tragico epilogo sono riusciti ad arrivare fino ai giorni nostri, così come il castello di Gradara che resta una delle architetture medioevali più imponenti del nostro Paese.

L’edificio è stato poi trasformato in un museo statale, in cui ciascuna delle 14 stanze è stata accuratamente arredata con mobili d’epoca e opere d’arte ricercate (alcune anche piuttosto significative), affreschi e ovviamente la camera da letto di Francesca, dove – leggenda vuole – il marito trovò insieme i due amanti e li uccise.

Gradara è stata a lungo un punto strategico per le relazioni tra i vari nobili del centro Italia, tanto da poter vantare non solo il castello ma anche tutto un borgo storico perfettamente conservato e dall’atmosfera incantevole (non a caso è stato inserito nella lista dei borghi più belli d’Italia), che darà alla visita un importante valore aggiunto. Alle famiglie consigliamo di far coincidere il viaggio con il periodo in cui l’intera cittadina si trasforma per accogliere l’evento The magic Castle – Gradara, dove arti sceniche e visive di tutti i tipi si uniscono per regalare una settimana tra fate, orchi e ogni tipo di magia.

Il nostro consiglio per dormire a Gradara: La Pulcia B&B

3. Canto VIII: LA TORRE DEGLI ADIMARI A FIRENZE (Toscana)

Ciao Dante, ti ricordi di me?
Sono Filippo Argenti,
il vicino di casa che nella Commedia ponesti tra questi violenti,
sono quello che annega nel fango, pestato dai demoni intorno.

Ovviamente queste non sono le parole del poeta toscano bensì di Caparezza, che nella sua canzone Argenti Vive si immagina un confronto tra i due rivali in cui Filippo risponde – letteralmente, per le rime – al concittadino che lo ha condannato a vivere nel fango e ad essere dilaniato e fatto a pezzi dagli altri iracondi.

Nella Divina Commedia l’incontro tra i due fiorentini avviene nel quinto girone, dove Dante colloca il suo odiatissimo rivale dell’antica casata degli Adimari: con lui ebbe forti scontri in vita – sia legali che politici – e lui fu tra i maggiori oppositori al rientro in patria dopo l’esilio. Quest’ultimo gesto, più di tutti, fu per Dante un colpo durissimo e solo grazie al suo genio prese una personale rivincita contro il suo ex vicino di casa, consegnandolo alla Storia della letteratura come essere immondo. Filippo è infatti uno dei peccatori contro i quali il Poeta inveisce maggiormente, sia nella punizione scelta sia nel confronto diretto durante il suo viaggio in compagnia di Virgilio, Caparezza prova invece un’operazione ardita e sovversiva, che pone Dante dalla parte del torto e restituisce voce e dignità a questo controverso personaggio della storia di Firenze.

Purtroppo nel capoluogo toscano restano poche tracce delle grande e potente famiglia degli Amidari per via di interventi urbanistici di epoca moderna che hanno ridisegnato il volto della città, è tuttavia ancora possibile passeggiare per via dei Calzaiuoli (che un tempo ospitava la maggior parte dei loro possedimenti) e ammirare la (doppia) Torre degli Adimari costruita nel XIII secolo: una all’angolo di via Tosinghi, l’altra all’angolo con via del Corso.

Nonostante Firenze sia una delle città più ambite dai turisti di tutto il mondo, è altrettanto vero che in pochi conoscono (o ricordano) la storia degli Adamari e dell’Argenti, che daranno un’altra prospettiva alla visita di una delle più importanti perle artistiche del nostro Bel Paese.

Il nostro consiglio per dormire a Firenze: B&B San Remigio

4. Canto XXIV: IL DUOMO DI PISTOIA (Toscana)

Vita bestial mi piacque e non umana,
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana.

Questi versi, di non immediata lettura, sono la descrizione del pistoiese Vanni Fucci: un guelfo di parte Nera particolarmente violento e senza alcuna morale (da qui la sua definizione di “bestia” e “vita bestiale”), tanto da annoverare tra i suoi peccati sia furti che omicidi efferati e di vantarsene, compiaciuto, di fronte a Dante e Virgilio. Lo incontriamo nel VIII cerchio e in particolare nella bolgia di coloro che trasgredirono il comandamento: “non rubare”.

Vanni Fucci venne collocato qui dal Poeta perché responsabile del saccheggio del Duomo di Pistoia, di cui fu inizialmente accusato un innocente (Rampino di Ranuccio Foresi), torturato dalle forze dell’ordine e condannato a morte; per fortuna però fu individuato – all’ultimo – uno dei reali responsabili e grazie alla sua confessione il povero Rambino tornò a essere libero, mentre Vanni Fucci riuscì a nascondersi e sfuggire alla legge terrena.

DUOMO di PISTOIA

Per quanto Dante attribuisca al suo “bestiale” contemporaneo delle intenzioni puramente venali, è invece plausibile che le ragioni di questo furto siano politiche: nella sacrestia di San Iacopo erano conservati sia i beni preziosi del santo, sia i libri comunali contenenti nomi e informazioni che avrebbero permesso ai guelfi neri di mettere in difficoltà la fazione nemica.

Il Duomo di Pistoia resta però famoso, oltre che per la piazza su cui affaccia – tra le più incantevoli d’Italia – anche per la sua importanza artistica: dall’epoca medioevale in poi, infatti, la Cattedrale di Zeno fu un importantissimo centro nevralgico per la Chiesa e per il potere politico, regalando al Duomo importanti opere artistiche, che lo rendono una meta imperdibile per riscoprire la nostra Storia e le bellezze della Toscana.

Il nostro consiglio per dormire a Pistoia: B&B Al Canto del Cavour

5. Canto XXXIII: LA TORRE DELLA MUDA A PISA (Toscana)

Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non mi aiuti?”.
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno.

A parlare è il Conte Ugolino che, rinchiuso insieme ai suoi figli (e nipoti) nella Torre della Muda di Pisa, fu lasciato morire di fame dai suoi concittadini e a Dante racconta i dettagli di quegli ultimi atroci giorni, in cui dovette assistere – impotente – alla morte della sua discendenza. La colpa del Conte era quella di aver tradito il partito ghibellino a favore dei nemici guelfi (motivo per cui lo troviamo nel girone dei traditori della Patria).

Quando Alighieri scrisse questi versi erano già trascorsi vent’anni dal tragico evento, eppure l’eco della terribile morte di questa famiglia restò vivo nella memoria del Poeta, tanto da riportarlo in vita nel suo più grande capolavoro (è probabile che la vicenda servì a Dante per sensibilizzare i suoi contemporanei sulla crudeltà di alcune condanne dell’epoca – come quella ricevuta da lui – che si ripercuotevano anche sui figli, innocenti).

In particolare, l’ultimo dei versi qui riportato diede origine a lunghi dibattiti sul significato della frase, facendo nascere il sospetto che il Conte, preso dai morsi della fame, si fosse addirittura macchiato di cannibalismo. A sua possibile discolpa va però segnalato che nel 1928, in una cappella della chiesa di San Francesco (sempre a Pisa), furono ritrovati i resti di cinque salme decedute in epoca medioevale, morte per denutrizione. Le età degli scheletri corrispondono a quelle dei protagonisti di questa triste vicenda e dall’analisi scientifica emerge anche che nessuno fu vittima di cannibalismo e che il più anziano del gruppo fu il primo a morire.

La Torre della Muda (poi ribattezzata Torre della Fame) è oggi inglobata nel Palazzo dell’Orologio in Piazza dei Cavalieri di Santo Spirito ed ospita la biblioteca della Scuola Normale Superiore. Potrete riconoscerla dalla lapide esposta, che ricorda la terribile storia della famiglia Ugolino. Sempre dalla piazza sarà poi possibile accedere al museo dedicato alla Torre, seguendo un percorso storico del Conte ispirato ai versi a lui dedicati nella Divina Commedia.

Il nostro consiglio per dormire a Pisa: B&B Villa Martina

Queste sono solo cinque delle tante storie di peccatori e città italiane raccontate da Dante e molte altre potrebbero essere riscoperte sfogliando il suo capolavoro, ma restare troppo a lungo nelle fiamme dell’Inferno potrebbe avere effetti collaterali imprevisti, ecco perché è arrivato anche per noi il momento di abbandonare questi luoghi di dolore e quindi uscire… a riveder le stelle.