Messico a zig zag: in viaggio con Pino Cacucci

Messico: viaggio con Pino CacucciCittà del Messico | Foto di Gabriel Flores Romero (CC)

“Quando voglio respirare cultura vera e rinnovare le energie vado a Città del Messico.”

È dalla capitale messicana, la “megalopoli più grande e popolosa del mondo”, che ha inizio il viaggio di Pino Cacucci, giornalista, scrittore e grande viaggiatore. La polvere del Messico (ed. Feltrinelli) è il romanzo di un viaggio avventuroso alla scoperta di questo paese grande sette volte l’Italia, fatto di colori sgargianti e ritmi febbrili, sovraffollamenti caotici e strade deserte, cantine buie e palazzi immacolati, e permeato da un’atmosfera sonnacchiosa e al tempo stesso pulsante. Sono i “contrasti estremi” i segni distintivi di questa terra, ugualmente “apocalittica” e “armoniosa” e soprattutto tanto amata da chi la abita.

Lungo le strade impolverate del suo girovagare, Cacucci incontra personaggi (perché tali sono) accomunati dallo stesso sentimento profondo, passionale e orgoglioso, chiamato mexicanidad. Indios, chavos-banda (ragazzi di strada), “meccanici-filosofi” o “gommisti-antropologi”, svelano all’autore il Mexico più vero, quello che “pulsa nelle cantinas” e che affascina chiunque ne conosca anche solo un po’.

Costruita sulle macerie di Tenochtitlán, capitale dell’impero azteco, oggi Città del Messico ha 8 milioni di abitanti e confini incerti. Difficile stabilire dove finisca il Distretto federal (De-efe, o semplicemente DF), la città-stato che da sola rappresenta 1/3 degli abitanti della nazione. Le 350 colonias (quartieri) che compongono El monstro, si snodano tra il cuore storico El Zócalo, ossia la piazza principale (Plaza de la Constituciòn), e le aree limitrofe formando il Centro Histórico. L’autore ne percorre ogni angolo: avenida Madero, i giardini dell’Alameda, il mercato di Tepito nella casbah e la Basilica de Guadalupe. E ancora, Zona Rosa con le sue boutique alla moda, Paseo de la Reforma, il viale più imponente, e il parco di Chapultepec “così vasto e rigoglioso da fare perdere la voglia di rispettare qualsiasi altro impegno della giornata”.

Nella ciudad “il sovraffollamento diurno assume le proporzioni di un magma ribollente” ma alle strade congestionate dal traffico, come calzada de Tlalpan, si alternano piccole oasi di pace. E le contraddizioni continuano. Da una parte le cantine buie e stipate di bevitori incalliti ad ogni ora – dove le donne non potevano entrare fino a pochi anni fa – e dall’altra i maestosi palazzi coloniali.

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Da vedere Palacio bellas artes e Palacio Nacional dal cui balcone ogni 16 settembre il presidente grida il suo “Que viva Mexico!”, el grido dell’indipendenza, e al cui interno troneggiano i murales di Diego Rivera, l’amore tormentato di un’altra amatissima artista messicana, Frida Kahlo celebrata in più spazi della città. Delle sue opere e di molte altre fu estimatrice Dolores Olmedo alla quale è intitolato uno dei più recenti musei cittadini. “Qui la cultura del museo è genuinamente popolare”, e infatti l’ingresso è spesso gratuito (da vedere il Museo di antropologia e storia che vanta un record mondiale per estensione e numero di reperti).

L’aria impregnata di tacos e perros calientes (hot dog), accompagna Cacucci fino ai primi dintorni della ciudad, ai villaggi di San Ángel e Coyoacán, aree tranquille ai confini del monstruo, e a Xochimilco, la “Venezia del Messico”, con i suoi meravigliosi giardini e canali. Oltre, a sud-est, arriva alle pendici del vulcano Popocatépetl, detto El Popo, il “colosso della Sierra Madre” che nel 2000 scatenò “un’eruzione spettacolare”, definita dagli esperti come la più violenta degli ultimi 5 secoli.

Lungo la strada, l’autore fa sosta a San Miguel de Allende, nello stato di Guanajuato, “un gioiello dell’architettura coloniale perfettamente conservata”, a tre ore dalla capitale, passando per Santiago de Queretaro e sale fino a Bernal, paesino coloniale di “struggente semplicità e genuinamente messicano”, ai piedi dell’omonimo massiccio roccioso con cuore di ametista e vetta alta 2545 metri, la seconda cima del Continente, dopo Pão de Açúcar a Rio de Janeiro.

Il viaggio in compagnia di Cacucci ci conduce ora verso il Pacifico. Attraversato lo stato di Huichapan, paesaggio desertico popolato solo da cactus saguaro e agave tequilare, e oltrepassata Guadalajara, la seconda metropoli del paese, arriviamo a La Cruz de Huanacaxtle (800 Km a nord ovest di Città del Messico), un paesino di pescatori che affaccia sulla meravigliosa Baia de Bandera e che prende nome da un grande albero secolare. Puntando il nord, ci aspettano i centri di Escuinapa e Hermosillo e oltre, lo stato di Sonora, dove la tribù degli yaqui resiste ostinata alle tentazioni della civiltà.

Arriviamo al confine con gli Stati Uniti, a Tijuana che possiede il triste primato nazionale di traffici illegali e “coyote”, trafficanti di clandestini e qui il tour messicano prosegue lungo la linea di frontiera Messico-Usa, attraverso i centri di El Paso, Ciudad Juarez e sulle sponde del Rio Bravo (o Rio Grande a seconda della sponda dalla quale si osserva), fino a Matamaros, sulle coste dell’Atlantico, dove la “messicanità” si manifesta al meglio.

L’autore adesso punta il sud, e noi con lui. “La strada dalle mille vette” (Mil Cumbres) ci porta nel cuore dello stato di Michoacàn, “el alma de Mexico”, come recitano i depliant turistici. Tra i centri visitati, Morelia, la capitale, con l’università più antica del Messico. Pátzcuaro, che dà nome al vicino lago, ammantato di leggende. Santa Clara del Cobre, centro mondiale dell’artigianato in rame. E infine Lázaro Cárdenas, “uno degli ultimi paradisi terrestri”, di nuovo sul Pacifico.

Viaggiatore instancabile, Cacucci aggiunge tappe su tappe. Prima di continuare la sua corsa verso il sud, torna indietro fino a Maruata, a 600 Km a nord di Lázaro, famoso centro di protezione delle tartarughe marine. E poi continua la discesa arrivando ad Acapulco, un paraíso tropical con 30 gradi perenni ma in cui convivono “povertà lancinante e ricchezza oscena”, paradosso tipico del continente americano.

Il viaggio continua su per le colline di Lucio Cabañas e di nuovo giù verso la costa pacifica fino alla Lagunas de Chacahua, parco nazionale ignorato dai turisti e frequentato da surfisti californiani e neozelandesi, per le lunghe onde che battono sul litorale popolato da granchi giganti.

Questa volta senza troppe soste, raggiungiamo lo Yucatán, “un paese a sé, lontano in tutti i sensi dal resto della Repubblica messicana”, ampio 200 mila Km e abitato dai pochi superstiti di una civiltà che ancora oggi rappresenta “un mistero indecifrabile”: i Maya. I siti archeologici di Chichén Itzá e Uxmal sono una tappa imprendibile, così come Cancùn, nel piccolo stato di Quintana Roo, “un condensato dell’immaginario collettivo su come dovrebbero essere i Caraibi”: “sabbia fine e bianchissima, fenicotteri rosa che arrivano a nugoli, fondali corallini frequentati da paciose tartarughe giganti”, un ambiente che ancora sopravvive al turismo massivo. “Tutto questo merita di essere visto. Solo che, il Messico, è altro”. Ciò che si annida nelle cantinas, dove bere è “un rito collettivo” e dove ci sarà sempre qualcuno disposto a raccontare “una storia che può ancora stupire”.

Come spesso accade in questo viaggio picaresco, Cacucci ritorna sui suoi passi, arriva ai siti archeologici di Yaxchilán e Bonampak e si spinge fino a Veracruz, città calda e sfrenata, e principale porto del Messico. Raggiunge Huautla, “dimora delle aquile” e, in tutt’altra direzione, Oaxaca, in un continuo zigzagare senza regole, spinto dagli incontri occasionali e dalla voglia di esplorare un nuovo pezzo di Mexico.