In Valle d’Aosta sulle tracce dell’etnia Walser

Valle d'Aosta, Walser

Magari avete già prenotato la vostra settimana bianca e siete già pronti con gli scarponi e sci e piumini di marca, avete il vostro skipass e non vedete l’ora di battere il vostro record personale di slalom. Non sapete nemmeno dove siete: se in Val D’Aosta, se in Trentino, se in Valtellina. Sapete solo che vedrete il bianco della pista per giorni e non guarderete da nessun’altra parte, fino a quando non tornerete a casa. Va bene: questo articolo non fa per voi.

Qui vi suggeriamo infatti due itinerari che potete fare in una giornata proprio a partire da due tra le più famose località sciistiche della Val d’Aosta, alla scoperta di quanto di più lontano possa esserci dal turismo che cerca solo divertimentifici innevati (anche artificialmente) e file alle seggiovie, senza preoccuparsi di capire su quale territorio stia passando: due itinerari tra una lingua perduta, il tedesco altomedievale dell’etnia Walser.

Per aumentare ulteriormente il patrimonio culturale della Val d’Aosta, infatti, come se già non bastasse il bilinguismo italofrancese, come se non bastasse il dialetto Patois (vera e propria lingua che gli studiosi definiscono francoprovenzale), nella valle dell’Evançon e nella Valle del Lys vi sono anche dei villaggi in cui si parla il Titsch, un dialetto germanico risalente all’XII secolo, parlato ai tempi da quei mercanti svizzeri che dal vicino Cantone Vallese (che loro chiamavano Wallis) facevano affari al di qua e al di là dell’imponente massiccio del Monte Rosa. I mercanti vallesi si spinsero anche nell’attuale Piemonte, fino nell’Alto Valsesia e in Val d’Ossola: il passaggio di merci tra versante meridionale e settentrionale del Monte Rosa era talmente fitto che il territorio occupato dai Walser era chiamato, dagli Svizzeri del Vallese, Krämerthal, “Valle dei Mercanti”, quasi i Walser fossero diventati i mercanti per antonomasia.

Walser: architetture a fungo

Quando vedete degli edifici che sembrano palafitte di montagna poggiate sui cosiddetti “funghi” di pietra (per isolare ingegnosamente dall’umidità e dai topi), potete esser certi che quello è un “rascard” e che voi siete in territorio Walser: il Canton des Allemandes, come lo chiamano i valdostani francofoni. Attualmente il Grande Sentiero Walser permette di ripercorrere a piedi i passi di quegli antichi uomini di montagna collegando la Svizzera all’Ayas, a Gressoney e persino alla Valsesia: va detto però che quello, oggi come allora, è un percorso per escursionisti con una certa esperienza – noi limitiamoci alle carrozzabili per chi ha gambe meno allenate.

Itinerario da Champoluc: i Walser dell’Ayas

“Ayas” è un nome di incerta origine, forse latino contaminato, forse antico germanico, forse addirittura celtico nella radice -as che dovrebbe suggerire l’idea di un pianoro desolato. Il toponimo indica la conca circondata e lambita dai ghiacciai del Monte Rosa, distesa come un anfiteatro naturale aperto verso sud, da cui scende il torrente Evançon. A nord, un vallone boscoso custodisce un valico che permette di aggirare il massiccio alpino e arrivare nelle valli Svizzere. Questa è la zona di Champoluc, che usiamo come punto di partenza.

Tipico costume WalserI villaggi Walser della conca di Ayas sono ben 35 e sono un ricettacolo di delizie per chi cerca scorci pittoreschi e panorami spettacolari. Quello più a Nord, il primo a essere sviluppato nella colonizzazione, “capitale” Walser della zona, è Saint-Jacques: in estate è punto di partenza delle mulattiere che attraversano i nuclei di Résy, Plan de Verraz e Fiéry; d’inverno è puro spettacolo, ultima frontiera di civiltà oltre la quale è il regno della montagna selvaggia; ma scendendo a valle, superata Champoluc e i cinquecenteschi rascard di Champlan, incontrate Frantse, con quelli che sono forse i più bei rascard della valle, risalenti tutti ad anni attorno al 1700.

Sede del comune di tutta la zona dell’Ayas e della millenaria parrocchia è Antagnod, da cui si gode la più bella vista sul Monte Rosa della valle. Oltre al panorama però godetevi tutti i vari rascard di ogni foggia e tipo disseminati in paese, ma soprattutto la balconata in legno decorato e la torre scalare della Maison Fournier, la sede medievale del castellano locale e oggi sede della mostra permanente dell’artigianato tipico valdostano, certificato IVAT. Qui potete star sicuri di trovare i migliori “sabots”, gli zoccoli di legno: oggi sono ricercati banalmente come souvenir, ma i veri esperti di montagna sanno quanto siano eccezionali nel mantenere i piedi caldi e asciutti. L’altare barocco in legno intagliato e dorato, conservato nella Parrocchiale, vale da solo il viaggio sin qui: una delle più importanti opere d’arte di tutta la Val d’Aosta. Fate inoltre incetta di fontina e fromadzo: qui ci sono alcuni tra i migliori caseifici della regione.

Itinerario da Gressoney: i Walser del Lys

A Gressoney-La-Trinité invece i Walser sono arrivati dal vicino Colle del Teodulo, probabilmente dalla città svizzera di Zermatt o di Sion, al cui territorio la valle apparteneva nel Medioevo. Siamo alle sorgenti del torrente Lys e il Monte Rosa ci domina con l’imponenza del ghiacciaio Lyskamm. Non è un caso che da qui sia partita nel 1778 la prima spedizione per esplorare il ghiacciaio eterno della montagna: sette ragazzi avventurosi salirono sulle cime cercando “La Valle Perduta” da cui sarebbero arrivati i primi fondatori di Gressoney. Non trovarono Eden dimenticati, ma un’enorme distesa rocciosa circondata dal ghiaccio, un vero e proprio isolotto di pietra a 4177 metri di quota: la chiamarono “Roccia della Scoperta”, ma la scoperta finì lì.

Senza spingervi così in alto, dal paese potete cercare di individuare da lontano la leggendaria città di Felik: era uno dei più ricchi centri dei mercanti Walser, raccontano, tanto che montò in superbia dimenticandosi di Dio. Così, un eccezionale inverno dalle proporzioni bibliche la seppellì per sempre in una coltre di ghiaccio e neve. Probabilmente la leggenda è il ricordo trasfigurato della cosiddetta “Piccola Glaciazione” del XVII secolo, che fece accrescere i ghiacciai bloccando le antiche vie di comunicazione (e isolando per sempre i Walser nelle proprie tradizioni); ma qualcuno giura di aver sentito dei lamenti, nelle notti, sui ghiacciai attorno alle morene del Lys: le anime dannate di Felik dovrebbero aggirarsi da quelle parti.

Se però siete più interessati alla vita dei Walser, ecco il Museo Etnografico, alle soglie del villaggio di Tache, risalente al 1490. Il museo stesso peraltro è ricavato da un’antica abitazione rurale sapientemente restaurata per riportarne alla luce l’originaria struttura.

Più a Sud c’è Gressoney-Saint-Jean, meta prediletta della Regina Margherita di Savoia (per le vacanze si fece costruire apposta, sulla riva destra del Lys, un piccolo romantico castello nel 1904), con Parrocchiale risalente al 1515 e soprattutto il Walser Kulturzentrum, Centro di Cultura Walser; ma vero gioiello della valle di Gressoney è Grosse Alpenzù, tesoro nascosto e sconosciuto ai più. È uno dei più antichi insediamenti della zona, un villaggio di pietra sospeso su un terrazzo naturale a picco sulla valle: sono dodici case costruite tra il 1668 e il 1824, raccolte attorno alla chiesetta dedicata a Santa Margherita. C’è il più bel granaio sospeso della valle: la leggenda vuole che sia l’unico edificio i cui abitanti non furono contagiati dalla terribile peste del 1630. Ci si può arrivare solo con la bella stagione, perché non c’è strada: solo un sentiero (il numero 6) dalla frazione di Chamonal. Sono comunque solo 400 metri di dislivello: ne vale proprio la pena e poi pensate che in cima vi aspetta il “Rifugio Alpenzù”, pronto a rifocillarvi (e anche a farvi dormire, se volete passare una notte tra i pascoli). È una meta che merita una bella giornata tutta per sé.

Ultimo centro Walser della valle è Issime, che dobbiamo citare assolutamente perché il suo dialetto è addirittura un sottogenere della lingua dei Walser: non è il “Titsch”, infatti, ma il rarissimo “Töitschu”, più antico, purtroppo sempre meno parlato. Anche qui, tra le case tutte rigorosamente separate le une dalle altre secondo l’uso tradizionale, la chiesa del paese, circondata da un porticato esterno tutto affrescato con un Giudizio Universale del secentesco Francesco Biondi, conserva all’interno il tripudio barocco delle 182 statue di legno intagliato e dorato dell’Altare Maggiore. D’estate, anche qui trekking nel Vallone di San Gallo tra i suoi alpeggi; d’inverno, entrate in una pasticceria e chiedete se hanno i chiechene: sono i biscotti tradizionali delle feste natalizie. Poco più a sud, il Lys arriva a Pont-Saint-Martin, tradizionale confine della Val D’Aosta; ma oltre il ponte romano i Walser non si sono mai spinti, quindi anche noi ci fermiamo e torniamo a Gressoney. A sciare, ovviamente. Però non ditelo a nessuno.

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