La Milano neorealista di Luchino Visconti

Rocco e i sui fratelli, Duomo di Milano Rocco e i sui fratelli, Duomo di Milano

Iniziava per tutti allo stesso modo, nello stesso luogo: scendendo da un treno affollato, dopo un viaggio durato ore o giorni interminabili fino all’arrivo alla Stazione Centrale di Milano, con gli occhi sbarrati dallo stupore, dalla paura, ma anche malinconici e pieni di speranza. Questa scena è stata vissuta per anni da moltissimi italiani che dalle regioni del sud venivano al nord per lavorare, in particolare tra gli anni ’50 e ’60. Tra loro c’è la famiglia Parondi, composta da una madre anziana e forte e i suoi cinque figli: Vincenzo, Simone, Rocco, Ciro e il piccolo Luca. Il confronto con Milano sarà devastante, creando rotture e conseguenze irreparabili.

A dar vita a questi personaggi è Luchino Visconti (ispirandosi ai racconti di Giovanni Testori: Il ponte della Ghisolfa), con Rocco e i suoi fratelli, film che si colloca senza dubbio nel movimento neorealista italiano e ne è prova il lungo lavoro di ricerca e scrittura che ha preceduto le riprese, testimoniato dalle sue stesse parole:

Ho fatto un sopralluogo a Milano per attingere dalla carne viva della città alcuni elementi e identificare gli ambienti, i luoghi in cui avrebbero vissuto i miei personaggi (la periferia dai grandi casoni grigi, Roserio, la Ghisolfa, Porta Ticinese, ecc.): e, sulla base di questi elementi ho scritto insieme con Suso Cecchi D’Amico, Festa Campanile, Franciosa e Medioli una prima sceneggiatura. Poi un nuovo sopralluogo a Milano: e questo secondo viaggio è servito per mettere meglio a punto sia i personaggi che le situazioni. (…) E in base a questa realtà nuova abbiamo notevolmente modificato il testo della prima stesura.

Il nobile regista aveva evidentemente studiato Milano nei suoi aspetti più conflittuali e drammatici, sfruttando la sua architettura in funzione eminentemente teatrale (si pensi soltanto alla bellissima scena girata sopra il Duomo) e l’aveva scelta proprio perché interessato al problema dell’inurbamento che qui stava raggiungendo il suo apice.

Stazione, Rocco e i sui fratelli

Anche il centro città con i suoi luoghi più famosi partecipa alla drammatizzazione delle vicende di Rocco e i suoi fratelli: dalle linee geometriche della stazione di Milano, alle guglie del Duomo, dal continuo incrociarsi di persone per strada, ai rigidi binari dei tram. Ma la scelta di fotografare socialmente e storicamente il mondo degli emigranti ha inevitabilmente portato a un ritratto della periferia di Milano: i baretti con i juke-box, gli alberi e gli spazi verdi incolti, le case popolari, gli scheletri dei cantieri affollati da centinaia di dialetti diversi e infine quelle lunghe strade notturne, piene solo di nebbia e silenzio.

Il quartiere Fabio Filzi

La numerosa famiglia inizia a vivere in uno scantinato preso in affitto in via Dalmazio Birago 2 nel quartiere Fabio Filzi, progettato da Franco Albini durante il ventennio fascista come quartiere di case popolari. Lo riconosciamo subito per la grande rete/cancello che lo delimita: i Parondi vi arrivano con un carretto, carico dei loro averi. I primi mesi meneghini li passeranno qui, in questo piccolo bilocale in cui dormono tutti insieme, pronti ad alzarsi all’alba per andare in cerca di un lavoro, guadagnando così qualche lira per arrivare al giorno dopo. Questo complesso residenziale è tuttora esistente e rimasto pressapoco identico: solo il cancello d’ingresso si è fatto più moderno, ma gli edifici sono congelati agli anni ’40, solo più vecchi e stanchi.

I luoghi della boxe a Milano

I fratelli fanno la conoscenza di Nadia, una ragazza intraprendente e “libertina” che affascinerà il bel Simone, il più scanzonato del gruppo e meno interessato al lavoro. Sarà lei a suggerirgli di intraprendere la boxe, un consiglio che seguiranno sia Simone che Rocco. La palestra in cui si allenano era al tempo la sede dell’Unione Sportiva Lombarda ed è tutt’oggi esistente, anche se ovviamente trasformata: si tratta del circolo Arci Bellezza.

Milano, Palestra Visconti

Arci Bellezza

Ed è sempre nell’ambito del pugilato che possiamo trovare anche un altro edificio del centro, che all’epoca del film (1960) era un cinema che veniva usato anche per ospitare degli eventi sportivi. Il nome probabilmente vi dirà poco (Cinema Principe Teatro, in viale Bligny 52) perché negli anni ’90 ha completato smesso di essere usato come sala di proiezione per diventare sede di una banca.

Lo sport assume un ruolo fondamentale nella vita dei protagonisti, non solo perché ben esprime i sogni dei giovani meridionali di periferia che, privi di una istruzione elevata, hanno il sogno di uscire il prima possibile dalla miseria in qualunque modo, ma anche perché porta alla luce il conflitto che a breve esploderà tra di loro e le enormi divergenze caratteriali tra i due fratelli. Simone è il belloccio dal fisico robusto e dalla parlantina svelta, egoista e senza spirito di sacrificio; all’altro angolo del ring, Rocco, dal fisico agile quanto fragile nello spirito, rispettoso e pronto a dare tutto se stesso per aiutare gli altri. Il primo, dopo un’iniziale exploit nel mondo della boxe, incontrerà presto un rovinoso declino, mentre il pacifico Rocco sarà costretto a firmare un contratto decennale con la palestra per pagare i debiti del maggiore ed evitare uno scandalo in famiglia.

I luoghi del lavoro: Portello e l’Alfa Romeo

Eppure il lavoro vero lo si fa di giorno, a spalare neve per le strade o rischiando la vita nei numerosi cantieri che circondavano l’intera città di Milano; oppure trovando posto in piccole attività commerciali, come la lavanderia in cui Rocco tenterà di inserirsi, ma dalla quale dovrà andarsene a causa dei guai combinati da Simone, o le aziende in cui lavorare come operai. Tra queste ultime, troviamo nel film l’Alfa Romeo: qui lavora Ciro, il penultimo dei fratelli nonché l’unico ad avere capito l’importanza dello studio e che riesce a inserirsi nel nuovo tessuto sociale milanese, imparandone le regole e rinunciando alle sue abitudini. È infatti disposto a condannare Simone per tutti gli errori fatti e a denunciarlo per l’omicidio di Nadia, nonostante tutti gli altri membri della famiglia cerchino di coprirlo e proteggerlo. E’ proprio Ciro a chiudere il film (in via Gattamelata, sulla strada per lo stabilimento automobilistico), con il suo commovente discorso al fratello minore, Luca, sul quale ripone la nostalgica speranza di un futuro migliore.

In quel periodo (e ancora per pochi anni) l’Alfa Romeo aveva una sede proprio in zona Portello (non lontano dalla fermata metro QT8 e dalla Ghisolfa). Ma nel 1986 venne trasferita ad Arese, e la sede dismessa del tutto nel 2004. Oggi è rimasto un enorme spazio destinato alla costruzione di un nuovo quartiere residenziale e commerciale. Ultima chicca al riguardo: lo stabilimento ospitò anche le riprese del film Nirvana di Gabriele Salvatores.

La Ghisolfa

Insieme alla scena all’Idroscalo (da precisare che il comune di Milano negò l’autorizzazione a girare per via del contenuto scandaloso di quel finale), l’altro momento fortemente drammatico del film è la sequenza ambientata nella zona della Ghisolfa. È in questo quartiere che avviene la rissa tra Rocco e la banda di Simone, nonché lo stupro della giovane ragazza, da cui avranno origine tutti i problemi della famiglia fino al terribile finale. È il quartiere che diede origine ai racconti di Testori, da cui fu tratto il film, e non è certo un caso. Infatti in questa area di quella che un tempo era periferia di Milano esisteva un’altissima percentuale di immigrati meridionali, soprattutto giovani. Nel libro di Testori si parla delle persone che stanno ai margini della società, di prostitute, ladruncoli e ragazzi di strada.



Oggi, questa Milano non esiste più. Di quegli anni sono rimasti alcuni palazzi, sempre più fatiscenti e sempre meno abitati da italiani, che siano essi del nord o del sud. Sono scomparsi quei confini tra centro e periferia estesi a zone più lontane, e quelli che allora erano emarginati sono stati completamente assorbiti dal tessuto sociale, lasciando ai nuovi arrivati i quartieri peggiori, le peggiori sistemazioni e la peggior vita.

Ma le famiglie Parondi a Milano esistono ancora, hanno solo cambiato nome e quartiere. E la parole finali di Ciro sono oggi pronunciate in altre lingue.

Io nun credo ca Rocco riuscirà chiù a tornare al paese. Tu sì forse. Tu solo un giorno… Ma che credi de truvà di diverso laggiù? Pure al paese nostro la vita cambierà pe’ tutti. Pecchè pure laggiù gli uomini si stanno imparando che u mondo deve cambià. Certi dicono che il mondo accussì fatto non sarà migliore. Ma io, Luca, ci credo invece. E so che domani la vita tua sarà chiù giusta ed onesta… ecco le sirene. Devo riturnà a lavorà.