Un giorno a Napoli con L’amica geniale

Porto di Napoli Foto Jacopo Romei

Mi portò per via Costantinopoli, poi Port’Alba, per piazza Dante, per Toledo. Fui sopraffatta dai nomi, dal rumore del traffico, dalle voci, dai colori, dall’aria di festa che c’era in giro.
Elena Ferrante, L’amica geniale

Davanti al Molo Beverello con le valigie pesanti mi riempie gli occhi il Maschio Angioino, detto anche Castel Nuovo, in piazza Municipio. Sotto il sole di mezzogiorno, tra le sue torri massicce, è un corpo imponente, di mattoni, alcuni scuri, altri più chiari. Ha l’aria della fortezza, delle segrete che imprigionano, della durezza che tiene lontani i nemici. Sono a Napoli per la seconda volta, poche ore, prima di prendere l’aereo per Milano. Ma forse, potrei scrivere come se fosse la terza, grazie all’avventura napoletana tra le pagine de L’amica geniale.

Nel libro di Elena Ferrante le ben note vie del centro si contrappongo al rione popolare dove vivono Lenuccia e Lila, le protagoniste che crescono insieme, verso la vita adulta. All’indomani della seconda guerra mondiale l’infanzia dei personaggi è piena di minacce: «il crup, il tetano, il tifo petecchiale, il gas, la guerra, il tornio, le macerie, il lavoro». Ma quando la narrazione si addentra verso la fine degli anni Cinquanta scopre un nuovo volto, di quell’epoca e della città.

In via Chiaia, via Filangieri, via dei Mille e piazza Amedeo c’è «la gente ricca ed elegante», ci sono i «gagà». Per le due amiche ormai adolescenti andarci è come «passare un confine». Qui si entra nella Napoli degli edifici signorili e dei negozi costosi, delle signore vestite di stoffe pregiate, con gli sguardi che trapassano da una parte all’altra la gente del rione. L’atmosfera gorgheggia i rumori del traffico di chi può già permettersi un’automobile.

…è bello, piccerè, due maschi veri ci sono a Napoli, papà tuo e quello lì
Elena Ferrante, L’amica geniale

Napoli, Maschio Angioino

Napoli, Castel Nuovo | foto Luca Aless CC

Dopo le medie Lenuccia andrà al liceo classico. Il padre la accompagna in centro per mostrarle la strada da fare per raggiungere la scuola. Le mostra l’ufficio dove lavora come usciere, in piazza Municipio, al cospetto della costruzione voluta da Carlo I d’Angiò nel 1279. Oggi il Maschio Angioino ospita il Museo Civico, aperto dal lunedì al sabato.

L’itinerario di padre e figlia attraversa corso Garibaldi, costeggiata da edifici neo-rinascimentali e liberty. Per Lenuccia è un giorno indimenticabile. Papà le stringe forte la mano, affettuoso come non è stato mai. Arrivano in piazza Carlo III, dove sorge l’Albergo dei poveri, uno dei palazzi monumentali più grandi d’Europa. Risale alla metà del Settecento, costruito per ospitare i mendicanti della città, su desiderio del re borbonico che dà il nome alla piazza.

Proseguono quindi su via Foria dove trovano l’Orto Botanico, fondato agli inizi del XIX secolo su progetto settecentesco di re Ferdinando IV di Borbone. Il decreto di fondazione del 1807 reca la firma di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Il giardino può essere visitato in settimana su prenotazione. L’ingresso è gratuito.



La giornata di Lenuccia finisce al mare. L’immensità che aveva sognato da bambina la accoglie per la prima volta, con onde agitate e spruzzi di sale, rivolti al suo sguardo, come per salutarla, festosi. Con il padre Lenuccia percorre via Caracciolo fino a Castel dell’Ovo “color terra”, il castello più antico della città. Il nome deriverebbe dalla leggenda dell’uovo di Virgilio, nascosto nei sotterranei e custode della fortuna di Napoli fino alla sua rottura.

Andammo verso via Caracciolo, sempre più vento, sempre più sole. Il Vesuvio era una forma delicata color pastello ai piedi della quale si ammucchiavano i ciottoli biancastri della città, il taglio color terra di Castel dell’Ovo, il mare. Ma che mare. Era agitatissimo, fragoroso, il vento toglieva il fiato, incollava i vestiti addosso e levava i capelli dalla fronte.
Elena Ferrante, L’amica geniale

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