La Sanremo di Calvino e i vicoli della Pigna

A Sanremo con Calvino CC gula08

Per arrivare fino in fondo al vicolo, i raggi del sole devono scendere dritti rasente le pareti fredde, tenute discoste a forza d’arcate che traversano la triscia di cielo azzurro carico. Scendono diritti, i raggi del sole, giù per le finestre messe qua e là in disordine sui muri, e cespi di basilico e di origano piantati dentro pentole ai davanzali, e sottovesti stese appese a corde; fin giù al selciato, fatto a gradini e a ciottoli, con una cunetta in mezzo per l’orina dei muli.
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno

Insieme ai capolavori di Vittorini (Uomini e no) e Fenoglio (Il partigiano Johnny e Una questione privata, che, a giudizio di Calvino, è il romanzo della resistenza), Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato nel 1947, costituisce una delle più importanti narrazioni della guerra partigiana. Qui, però, la prospettiva non è quella di un adulto, alter ego più o meno calzante dell’autore, bensì quella di un bambino di strada, come a quei tempi ce n’erano tanti.

Apprendista ciabattino, fratello di una prostituta, Pin è un bambino adulto, che fuma, passa la sua giornata nei vicoli, beve vino in osteria, dorme accanto alla stanza in cui la sorella (la Nera di Caruggio Lungo) incontra i suoi clienti. Pin è un bambino solo – tanto distante dal mondo degli adulti, che non capisce, quanto da quello dei dei bambini, che non lo capiscono – che si trova catapultato tra i partigiani per caso, o, meglio, per la la sua estraneità, per la sua incapacità di comprendere ed essere compreso dagli adulti – dal gruppo di adulti, irresponsabili e meschini, dell’osteria. E anche il reparto partigiano in cui si ritrova arruolato (o, meglio ospitato) non è certo composto di guerriglieri esemplari, tutt’altro.

Nella splendida prefazione del 1964, che vale mille recensioni, Calvino spiega che voleva descrivere dei partigiani che non fossero eroi, ma il loro contrario: i peggiori dei partigiani – uomini che, come spiega Kim nel romanzo, non si capisce perché combattano e che potrebbero benissimo trovarsi dall’altra parte (e a volte ci finiscono), eppure stanno dalla parte giustai, eppure lottano per un mondo migliore. Ma anche da questi uomini, che pura tanto l’affascinano, Pin non è compreso né amato e non li comprende né li ama a sua volta. Cesare Pavese, con una osservazione che forse risultò auto-avverantesi, sottolineò la dimensione fiabesca di questo romanzo (dimensione che, in effetti, poi caratterizzò la successiva produzione di Italo Calvino) – se lo dice lui e lo dicon tutti sarà vero, ma certo è una favola ben amara – io, per quel che vale, di fiabesco c’ho trovato poco: la fantasia di Pin, un altro Arturo derelitto, cresciuto troppo in fretta – ma anche questa è distorta dalle manie degli adulti, la guerra e le pistole, e più che un volo è un doloroso parto della solitudine.

Sanremo, Italo Calvino

CC Patrizia Peruzzini

Uno degli aspetti che più colpiscono è la descrizione della città che funge da sfondo a buona parte del romanzo: una Sanremo di caruggi stretti e scuri, che puzza d’urina e del vino e del fumo delle osterie; una città vecchia che termina all’improvviso nei sentieri di campagna, nei campi di garofani. Una Sanremo lontanissma dalle cartoline patinate del festival della canzone – se non lo si sapesse, si penserebbe a Genova.

Eppure quella Sanremo esiste ancora: anche se di Caruggio Lungo (dove vive Pin) non c’è traccia sulla pianta della città, La Pigna (così si chiama il centro storico di Sanremo) continua a inerpicarsi coi suoi vicoli stretti, le creuze, le fortificazioni medioevali lungo le pareti della collina-promontorio sovrastata dal santuario della Madonna della Costa. E’ un peccato passare in città e non visitarne questo cuore antico e ancora bellissimo. E già che passate da Sanremo potreste dare la caccia a un altro luogo del romanzo:

La prigione è una grande villa d’inglesi requisita, perché nella vecchia fortezza sul porto i tedeschi hanno piazzato la contraerea. E’ una villa strana, in mezzo a un parco d’araucarie, che già prima forse aveva l’aria di una prigione.

Romanzo d’esordio di Calvino, lo stile è lontano dagli apici (e dalla cura maniacale) della maturità e la parte centrale (il dialogo tra Kim e Ferreira) è di un didascalico al limite della sopportabilità, che rovina il romanzo spiegandone lo spirito – Calvino, ovviamente, se ne rese poi ben conto, ma, come spiega nella prefazione, si rifiutò sempre di modificare questa sua prima creatura.

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