Moi, un noir. Vivere ad Abidjan, Africa

Moi, un noir - Jean Rouch Moi, un noir - Jean Rouch (1958)

So che esistono dei rarissimi istanti in cui lo schermo cessa finalmente di essere uno schermo che separa gli uni dagli altri, in cui lo spettatore comprende all’improvviso una lingua sconosciuta senza l’aiuto di alcun sottotitolo, partecipa a cerimonie misteriose, percorre città e paesaggi che non ha mai visto ma che riconosce perfettamente. Questo miracolo, solo il cinema può produrlo.
Jean Rouch

Raccontare l’Africa, il continente più misterioso e affascinante, senza pregiudizi ideologici e stereotipi. Jean Rouch (1917 -2204) c’è riuscito. Documentarista, regista, narratore, antropologo, una vita dedicata all’Africa. Con Moi, un noir (1958) Rouch sceglie una strada decisamente originale: quella del documentario partecipato, dove i protagonisti sono attivamente coinvolti nella creazione della storia raccontata; una storia non vera nella successione di eventi, ma vera nello spirito con cui nasce nei personaggi stessi – che la scelgono e interpretano – e nei luoghi in cui è ambientata.

A fare da garanti sulla vicinanza dell’opera alla realtà sono gli stessi africani: protagonisti, attori e coautori del film, oggetto della narrazione e narratori. L’autenticazione è resa ancora più forte dal commento audio adottato. Nel 1958 non era possibile riprendere il suono in diretta e sincronizzarlo con le immagini, se non in studio. Jean Rouch decide di sopperire a questa mancanza mantenendo una coerenza con quello che era stato lo spirito anarchico e collaborativo del film: lasciare che i suoi protagonisti si sentano liberi di commentarlo durante la visione delle immagini, subito dopo il primo montaggio.

Da questa idea geniale emerge ulteriormente il mondo degli africani: un mondo fatto di aspirazioni e stili di vita moderni (il venerdì sera nei locali, il weekend al mare con l’auto, la ricerca di un lavoro retribuito) e di riferimenti culturali già globalizzati (come il cinema); ma anche di ricordi nostalgici per il paese natale che si è lasciato (erroneamente?); di desideri per un futuro che si sa già irrealizzabile (una famiglia, un lavoro, i soldi e l’integrazione sociale); di un gruppo di amici-fratelli con i quali ricostruire un nucleo familiare che permetta loro di sopravvivere alla solitudine e alla depressione della vita da città, sostenendosi a vicenda e condividendo anche le sconfitte. In breve: un mondo fatto di vita reale e di poesia.

Dal Niger alla periferia di Abidjan

Il film si svolge alla fine degli anni ’50 ad Abidjan, allora capitale della Costa d’Avorio. Siamo in epoca coloniale, l’indipendenza dalla Francia arriverà nel 1960. I protagonisti (nonché autori e attori di se stessi) sono un gruppo di giovani emigrati provenienti dal Niger, attratti nella grande città dal sogno di emancipazione e ricchezza e finiti ad abitare nel sobborgo di Treichville, il quartiere povero della città.

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E’ un sogno destinato a infrangersi contro i muri della realtà, muri costruiti soprattutto dal colonialismo (in questo caso, francese) e dall’illusione del capitalismo come momento di rinascita per l’uomo, libero finalmente di definire se stesso e la sua identità, non più attraverso il gruppo di appartenenza e i suoi riti, ma attraverso il denaro e il consumo.

E infatti la parola più ripetuta è proprio l’argent, il denaro. “L’argent” per comprare abiti eleganti da sfoggiare durante la preghiera; “l’argent” per poter comprare una macchina per andare al mare; “l’argent” per pagare le prostitute e “l’argent” per mettersi in mostra davanti alla donna che si ama e si vorrebbe conquistare; “l’argent” per pagare la cauzione del carcere. E invece loro non sono nessuno in questa metropoli e in questa parte del mondo, ignorati dall’economia e dalla società a cui vorrebbero appartenere, ormai lontani anche dalla loro comunità d’origine, da cui si sono allontanati per cercare l’oro. O meglio, l’argent.

Originalità e importanza dell’opera

Il cinema di Rouch colpisce per vari motivi. Innanzitutto per la modernità del linguaggio usato: una macchina da presa a spalla che segue i personaggi in ogni momento e in ogni luogo, con libertà e dinamismo (in realtà, pare, si trattò di un fatto casuale: il cavalletto si era rotto!), per il tempo assolutamente innovativo; ma anche – come già detto – per il sonoro, lasciato interamente in mano ai protagonisti.

Tuttavia l’aspetto che maggiormente segna una cesura tra un prima e un dopo Rouch, è la scelta di dare voce a un gruppo sociale ed etnico fino ad allora escluso dal discorso cinematografico, se non come distanti e incomprensibili oggetti di studio per antropologi ed etnografi.

Nel film Moi, un noir ritroviamo inoltre la critica al colonialismo francese mostrata, espressamente ed in modo particolare, in una delle scene finali, quando uno dei ragazzi (povero, disoccupato e senza un futuro) racconta la sua esperienza da soldato in una guerra francese e l’inesistente ringraziamento ricevuto, il tutto mentre sullo sfondo passa un biondo occidentale che fa sci nautico.

Esiste poi un effetto altrettanto violento di quest’opera, quanto non prevedibile al tempo delle riprese, ovvero quello di testimonianza di una città scomparsa, fissata nella pellicola in un preciso momento storico della sua evoluzione. È difficile infatti non rimanere impressionati dalle immagini che ci vengono mostrate, soprattutto se confrontate con quelle di Abidjan oggi – e basta fare un giro su google per potersene accertare. Per quanto Treichville rimanga un quartiere povero, vitale e pieno di locali (ma forse anche da evitare la notte), tutto il resto è radicalmente cambiato, o meglio, scomparso.

Oggi Abidjan è una metropoli con un centro dominato dai grattacieli e intorno le zone residenziali. Rouch invece fotografa una città ancora acerba, fatta di case modeste, strade poco o per nulla asfaltate e per lo più sporcate dalla terra, ponti lunghi da percorrere a piedi perché le macchine erano ancora poche (e spesso accidentate), gente seduta vicino all’uscio di casa a vendere cibo o altre cose, oppure commercianti porta a porta di tessuti per abiti alla moda e così via. Un luogo che ora definitivamente scomparso (figuriamoci quindi la cultura di quei popoli da cui molti emigrati arrivavano) e che possiamo rivedere e riscoprire solo grazie al lavoro di Jean Rouch.

Una postilla a parte merita infine il successo di Moi, un noir e del regista Rouch, definito sui Cahiers du Cinema, sul finire degli anni 60, dal grande Jacques Rivette:

il motore di tutto il cinema francese da dieci anni a questa parte, anche se in pochi lo sanno. In un certo senso Rouch è più importante di Godard per l’evoluzione del cinema francese.

E visto che compare il nome di Godard, non possiamo non ricordare che proprio quest’opera di Rouch lo impressionò profondamente e che al protagonista di Moi, un noir, si ispirò Belmondo per la recitazione in À bout de souffle.

Buona visione!