Terre di Siena, tra leggende e acque termali

Terre di Siena CC Barbara Geratz

Partiamo per un itinerario alla scoperta delle terre di Siena, dominate dal famoso colore tanto unico e particolare da dare il nome a una tinta ben precisa: il Terra di Siena, appunto. Prendiamo la strada che porta a Sud, nella Valle del fiume Merse – l’antica Via Cassia, carica di memorie romane.

Siamo appena usciti dalla città e già ci vorremmo fermare, macchina fotografica alla mano: il paesaggio è una sorpresa, da quadro rinascimentale. I colli sono una trapunta di toppe colorate con sfumature dall’ocra al verde dei campi e dei vigneti: questa è la zona del Chianti Colli Senesi Docg, vino dal colore rubino vivace tendente al granato con l’invecchiamento, dal caratteristico profumo di mammola.

All’altezza di Collemalamerenda abbandoniamo la Via Cassia per la Strada Provinciale 34 e proseguiamo puntando verso Radi, superato il quale i colli dei vigneti cedono il posto ai boschi della Riserva Naturale del Basso Merse, che ci nascondo alla vista l’abitato di Campriano e Palazzina, finché d’improvviso ecco comparirci davanti, dopo le case di Lumpompesi, la nostra prima tappa.

Quasi sconosciuto ai più, il il borgo di Murlo è un gioiello nascosto e racchiude tra le sue imponenti mura medievali memorie storiche antichissime: l’area archeologica poco distante, quella di Poggio Civitate, è di un’importanza eccezionale tanto che alla campagna di scavi collabora persino l’Università Amherst del Massachussetts. Presso il Museo Etrusco, l’Antiquarium di Poggio Civitate, troverete reperti, in uno stato di conservazione che ha del miracoloso, che vi catapulteranno di colpo nell’VIII sec. a.C. e vi faranno quasi toccare con mano la raffinata civiltà dei più antichi abitanti dell’Italia Centrale. Avori, ori, argenti, bronzi, ceramiche, buccheri e decorazioni fittili varie – tutti tesori provenienti da un palazzo nobiliare poi trasformato in area sacra e infine inspiegabilmente smontato pezzo per pezzo e sepolto con cura, come si volesse davvero conservare la memoria dell’arte etrusca per i posteri che avrebbero saputo riscoprirla. In genere per gli Etruschi si sprecano gli aggettivi misterioso ed enigmatico, ma nel caso in questione bisogna ammettere che il mistero c’è davvero e il tesoro che ne è avvolto ha un valore incalcolabile. E se vi chiedete che faccia avessero questi Etruschi, basta guardarsi intorno: un recente studio sul genoma degli abitanti ha stabilito che qui abitano i discendenti più “puri” dell’antichissimo popolo.

Mangiate all’etrusca o alla senese, ne resterete estasiati soprattutto se assaggerete uno dei leggendari prodotti tipici della zona: il prosciutto di Cinta. A dire il vero è altrettanto indimenticabile anche il salame, la finocchiona o la soppressata – purché sia la carne magra e asciutta della Scrofa Cinta, l’antica razza suina della Toscana, dalla caratteristica striscia chiara sul mantello che ricorda una cintura, raffigurata niente meno che nel Palazzo Comunale di Siena, nel grande affresco del Lorenzetti. E’ stata salvata dall’estinzione cui sembrava condannata nel dopoguerra e ora è in attesa del riconoscimento europeo come marchio DOP. Potete godervi questo ben di Dio al ristorante Bosco della Spina, tornando indietro verso Lumpompesi.

Risalite la strada percorsa per arrivare a Murlo, ma girate a sinistra verso Palazzina, inoltrandovi decisi nei boschi della Riserva del Merse: 1750 ettari nel territorio che interessa il tratto fluviale vicino alla confluenza nell’Ombrone; il paesaggio è dolce e aperto, tratti coltivati si alternano alla vegetazione di tipo mediterraneo, dove il leccio fa capolino tra il sempreverde del corbezzolo, del lentisco e della ginestra. Aguzzate la vista, perché nelle radure passa abitualmente il capriolo e il cinghiale in pastura; mentre sul fiume si può incontrare il martin pescatore e nei meandri più tranquilli (con molta fortuna) addirittura la lontra.

Spada nella Roccia, San Galgano

CC Alessandro Scarcella

Il fiume lo incrociate dopo Casanova, all’altezza di Ponte Macereto: a destra si prende la strada per Monticiano, dove facilmente trovate le indicazioni per San Galgano. La chiesa gotico-cistercense del 1244 che spicca nella campagna isolata con le sue mura in mattoni e travertino rimaste completamente scoperchiate dai tempi del crollo del tetto (nel 1722), è la rovina romantica per eccellenza, soggetto privilegiato di paesaggisti malinconici e meditabondi sulla caducità delle cose umane. A pochi passi, l’Abbazia di cui restano la sala capitolare, la grande sala dei monaci (restaurata) e un piccolo tratto del chiostro. Qui si ricorda la conversione e la successiva vita in ritiro del cavaliere Galgano (X° secolo) che dopo una vita scapestrata, vide in una grotta sul colle di Montesiepi nientemeno che i Dodici Apostoli e sentì di colpo il bisogno di pregare. Siccome sottomano crocifissi non ne aveva, non trovò niente di meglio che ficcare la sua spada nella terra e inginocchiarsi lì davanti a quella croce improvvisata. La spada conficcata in un masso è rimasta lì fino ad oggi, precisamente nella Rotonda di Montesiepi che trovate nelle vicinanze. Leggenda o no che sia, Galgano l’han fatto Santo e la spada nella roccia ha alimentato storie e teorie su Templari, Graal nostrani e segreti nascosti per secoli. Non provate a estrarla, tanto è stata saldata da tempo e soprattutto è stata chiusa in una teca di cristallo.

L’ultima tappa dell’itinerario è all’insegna del relax e delle acque termali. Le opzioni sono due: tornare indietro fino a Ponte Macereto e raggiungere i Bagni di Petriolo – acque sulfuree a 43° C documentate fin dal 1230, chiuse in vasche fortificate, un unicum nel panorama termale mondiale. Basta uscire dal paese e scendere al fiume per accedere alla sorgente sulfurea che sgorga spontanea in una piscina naturale, ma attenzione: a seconda delle ore e delle stagioni può capitare di trovare il posto affollato. Altrimenti raggiungete San Quirico d’Orcia, di origini etrusche, esempio tra i più lodevoli di struttura urbanistica medievale, con la sua cinta muraria. La vicina frazione Bagno Vignoni, all’interno del Parco Artistico Naturale della Val d’Orcia, è tra i luoghi per eccellenza del benessere in Toscana. Con la suggestiva Piazza delle sorgenti che ospita la vasca cinquecentesca in cui sgorga acqua fumante e il raffinato hotel Adler che offre vasche, piscine termali e trattamenti spa, è l’ideale per concludere questo itinerario alla scoperta delle terre di Siena.

Una piccola curiosità: il Bagno Vignoni è stato location del film Nostalghia del grande regista sovietico Tarkovskij, così come San Galgano e l’intera Valle d’Orcia.

Lo sai perché ora stanno dentro l’acqua? Vogliono vivere eternamente…