Gallerie d’Italia, il nuovo museo di Milano

musei Milano CC Giovanni Dall'Orto

Dal 3 Novembre 2011 a Milano c’è un Museo in più. E fino a primavera è gratis. In Via Manzoni 10, a due passi da Piazza Della Scala, nello storico Palazzo Anguissola e nell’adiacente Palazzo Brentani, la Banca Intesa San Paolo e la Fondazione Cariplo, all’interno di un progetto più ampio di sostegno e di promozione di iniziative culturali – il Progetto Cultura – hanno aperto la sede milanese di Gallerie D’Italia in cui espongono al pubblico, per sempre, 197 opere d’arte delle loro collezioni.

La stessa operazione è già stata fatta, dai due gruppi bancari, a Vicenza, a Palazzo Leoni Montanari, e a Napoli, a Palazzo Zevallos Stigliano, per celebrare in modo degno il 150° dell’Unità d’Italia: in totale un migliaio di opere d’arte sono state messe a disposizione del pubblico italiano. Se pensate che quelle di proprietà dei due gruppi sono in totale circa diecimila, avete un’idea di quanti musei ancora si possono aprire (oltre che dell’immenso patrimonio che hanno a disposizione)…

Per la primavera, sempre a Milano, si attende l’apertura di una terza ala, collegata alle altre due, nella sede storica della Banca Commerciale d’Italia, che si affaccia direttamente su Piazza Della Scala, dove verranno esposte le opere del Novecento: è da allora che il nuovo museo diverrà a pagamento. Per ora quindi val la pena di correre e approfittarne.

Innanzitutto per godersi i risultati dello splendido lavoro di restauro e di conservazione dei due palazzi, effettuato già negli anni novanta del secolo scorso a opera degli architetti Valle, Broggi e Burckhardt, su cui si è inserito oggi l’intervento di Michele De Lucchi che invece ha curato la risistemazione degli ambienti per la trasformazione in museo (e la creazione di un’indispensabile caffetteria): un tripudio di stucchi, affreschi, pavimenti in graniglia, tarsie, mosaici e specchi vi farà sentire di colpo proiettati indietro nel tempo, magari in piena epoca napoleonica, mentre i fermenti rivoluzionari agitano l’Europa e qua e là in Italia fa la prima comparsa il Tricolore. Entrate nel palazzo, da Via Manzoni: davanti a voi il cortile interno, chiuso da vetrate trasparenti, custodisce il Disco in forma di rosa del deserto di Arnaldo Pomodoro.

Al piano superiore vi attende l’altra ragione per la quale siete venuti: le opere delle collezioni – praticamente un viaggio nella Storia dell’Arte. La scelta delle opere e il percorso espositivo – che continua nel palazzo confinante (sul cui aspetto attuale, risalente al 1829, ci ha messo le mani, manco a dirlo, il Canonica) – sono stati supervisionati dal Prof. Fernando Mazzocca, dell’Università Statale di Milano, per coprire un periodo che va dai primi dell’800 al ‘900 (per ora), fermandosi a quattro capolavori di Boccioni (in attesa della primavera, quando arriveranno Balla, Carrà, De Chirico, Rosai, Funi, Burri, Rotella, Schifano, la Beecroft…). Storia dell’Arte lombarda quando non specificatamente milanese, con nomi grandi, grandissimi – uno su tutti Antonio Canova, che è qui ospitato con tredici bassorilievi in gesso, dalla più genuina ispirazione neoclassica. Ma il menu artistico non si ferma a questa già sostanziosa entrée: i piatti forti che vi aspettano dopo hanno i sapori di un Francesco Hayez, che vi proporrà i suoi romantici Due Foscari; del Giovanni Segantini de La raccolta dei bozzoli; con contorno di un Gaetano Previati e la sua Danza delle Ore, sorbetto onirico del malinconico e metafisico Sogno e realtà di Angelo Morbelli, per concludere col dulcis in fundo del futurismo di Umberto Boccioni.

In mezzo, potete scegliere tra: scorci di una Milano ormai perduta per sempre (Veduta del Naviglio sul Ponte di San Marco, di Giuseppe Canella), grandi tele di soggetto risorgimentale (La presa di Palestro del 1859 o il Garibaldi a Capua, entrambi di Gerolamo Induno), pietre miliari dell’evoluzione della ritrattistica ottocentesca (Ritratto di Fattori nel suo studio di Giovanni Boldini), soggetti di maniera (La leçon de chant di Federico Zandomeneghi), curiosi bozzetti (Non potendo aspettare, di Telemaco Signorini), rielaborazioni autoctone delle lezioni impressioniste (Orazione a Chioggia, di Leonardo Bazzarro), maestosi panorami montani (Il Civetta, di Guglielmo Sardi), scene di vita quotidiana fissate sulla tela per l’eternità (La Confessione di Giuseppe Molteni), studi monumentali a celebrazione del neonato Regno d’Italia (Risveglio di Giulio Aristide Sartorio)… Insomma, una vera e propria scorpacciata d’arte in uno spazio espositivo denso di meraviglie che con l’apertura della nuova sede raggiungerà gli 8300 metri quadrati! E allora sì che sarà roba da sindrome di Stendhal!