Novara di Sicilia, borgo tra i più belli d’Italia

Novara di Sicilia CC Malega

Per arrivare a Novara si può prendere sia la Messina-Palermo, sia la Messina-Catania; mentre l’aeroporto più vicino è quello di Catania. No, non sono impazzito. E non è nemmeno che avevo 3 in Geografia: è che sto parlando di Novara di Sicilia, borgo storico in provincia di Messina.

Il nome potrebbe trarci in inganno, ma è una deformazione millenaria dell’antico nome greco “Noà”, che significa “maggese”: a quei tempi infatti quella terra era rinomata e celebrata per la produzione di frumento. Divenne “Novalia” per i Romani, con lo stesso significato e si trasformò in “Nuah” durante la dominazione araba (è curioso però che in arabo la parola significhi “orto”); tornata terra cristiana, fu chiamata “Nuaria” e in breve tempo divenne la Novara di oggi.

C’è un’altra caratteristica che potrebbe confonderci oltre al nome: il dialetto. A un orecchio attento infatti la lingua parlata avrebbe qualcosa di nordico, un impasto inaspettato di siciliano e genovese, con accenti padani – come se il Nord e il Sud si fossero fusi, almeno nelle parole, nel crogiolo roccioso di questo borgo arroccato sopra i boschi dei Monti Peloritani. È accaduto tutto tra il 1061 e il 1072: i Normanni avevano riconquistato la Sicilia, bisognava ripopolare l’isola di sangue cristiano, chiamare gente “da fuori”. Così una colonia di emigrati, muovendosi dalla pianura padana e dalla Liguria, trovò rifugio qui e nei paesi vicini, come Nicosia, Sperlinga e San Fratello. L’isolamento fece il resto e ora la parlata locale è definita dialetto gallo-italico, orgogliosamente custodito come segno di identità locale e di continuità della propria tradizione.

Alla scoperta del borgo

Novara di Sicilia è un borgo da scoprire. Uno di quelli che l’Italia cela tra gli anfratti del paesaggio, via dalla pazza folla. Entrarci è saltare a piè pari nel Medioevo (e questo vuole essere un complimento), a partire dalle strade – acciottolato chiuso ai bordi da arenaria locale, la protagonista di tutte le più importanti costruzioni del paese. Il lavoro sapiente di generazioni di scalpellini, un mestiere orgogliosamente tramandato di padre in figlio. L’altra pietra locale è il cipollino dal bel rosso marmoreo che troverete in tutti i monumenti del borgo – più di quanti potreste pensare.

Domina su tutto la Rocca Saracena: ne restano i ruderi, ma il panorama che si gode da lassù spazia dalla valle al mare, dove, lontane, se la giornata è buona, si intravedono le isole Eolie. Scendete per via Dante: arriverete al Duomo. Rinascimentale, meta obbligata delle varie processioni che ancora si tengono in occasione delle feste religiose, da quella dedicata a Sant’Antonio, la domenica dopo il 17 gennaio, quando uomini a cavallo passano rispettosamente nella piazza principale per poi raggiungere la chiesa dedicata al Santo per la benedizione degli animali e il rito de u fogu, l’accensione di un ceppo benedetto che preserva dall’herpes; ai riti pasquali, per i quali si usa ancora un’antica “macchina” teatrale per la Resurrezione; o la processione notturna dell’Assunta, a Ferragosto; per finire con un immancabile presepe vivente che si snoda per il centro storico durante le festività natalizie. Una leggenda vuole che qui ci fosse un noce maledetto, ritrovo di streghe adoratrici di un maiale diabolico: l’avvento del Cristianesimo avrebbe sistemato le cose – e divelto l’albero malefico.

La devozione secolare del paese ne ha segnato lo sviluppo urbanistico: troverete altre chiese a ogni cantone, per tutti i gusti – medievali come la Chiesa di San Francesco, la più antica e la più piccola; barocche come la Chiesa dell’Annunziata o quella di Sant’Ugo Abate, in cui è conservata la giara da cui bere un’acqua miracolosa quando si hanno grazie da chiedere; o ancora la Chiesa di San Giorgio Martire (attualmente, ben restaurata dopo anni di degrado) adibita ad Auditorium comunale o quella di Sant’Antonio Abate (guardate nella torre campanaria: i gradini di pietra sono segnati dalla fuliggine e dalle bruciature di secoli e secoli di fuochi di Sant’Antonio).

E per contrasto, i palazzi nobiliari, ben più profani, ma ugualmente eleganti: Villa Salvo, nel quartiere di San Francesco; il Palazzo Stancanelli, sulla piazza principale; la Casa Fontana, sotto il Duomo; il Palazzo Salvo Risicato, il Palazzo del Comune (ex Oratorio di Filippo Neri) e l’ottocentesco Teatro Comunale.

A 5km dal paese c’è poi da segnalare l’Abbazia di Santa Maria la Noara: è la prima abbazia cistercense (ordine d’origini provenzale/piemontese) costruita in Sicilia.

Il comune fa parte della rete I Borghi più Belli d’Italia e nel raggio di una cinquantina di chilometri ne trovate altri tre: Brolo, Montalbano Elicona e Castelmola, tutti ugualmente meritevoli di visita.

Nei dintorni di Novara di Sicilia

L’agriturismo Girasole può procurarvi i cavalli per gite nel circondario; ma avete l’opportunità di scoprire i dintorni anche semplicemente a piedi. Tenete presente che la zona della Rocca di Novara, il cosiddetto Cervino di Sicilia (1350 metri s.l.m.) è stata inserita tra i Siti di Importanza Comunitaria per l’eccezionale ricchezza naturalistica. Chiedete del Percorso dei Mulini ad Acqua, davvero notevole.

Dove mangiare: piatti tipici e indirizzi

Per rifocillarvi dopo la gita: a La Pineta, ad esempio, in Via Nazionale, presso i coniugi Giamboi. I piatti tipici del borgo sono i lempi e trori, alla lettera “i lampi e tuoni” il cui nome è tutto un programma: un gran bollito di cicerchia, granoturco, grano e soprattutto fagioli (lascio a voi stabilire quali siano i lampi e quali i tuoni); e i frittui, le frattaglie cioè, lardo cotiche cuore fegato polmone trippa, tutto di maiale lesso (tipico piatto sostanzioso della cucina popolare più povera, per gente che poteva mangiare tutto questo ben di Dio una volta sola l’anno – quando cioè si ammazzava il maiale). A Ferragosto si prepara invece la pasta ‘ncasciada con ragù di vitello, polpette, melanzane e uova. Vi risparmio gli squisiti dolci – scopriteli da soli in una pasticceria, per una colazione con panorama sulla valle: la Buemi, ad esempio; o quella di Isidoro Scuteri; o alla “San Nicola”, tutte disposte lungo la Via Nazionale. Se siete a dieta o non passate di qui…

A Carnevale poi, il formaggio tipico della zona, il maiorchino, un pecorino stagionato otto mesi dalle forme di 35 cm di diametro e 12 di spessore, è fatto ruzzolare per le vie del borgo in una vera e propria gara tra rioni, a maiurchèa. Tutto culmina in una grande festa in piazza – e naturalmente una gran mangiata.

Dove dormire

Sulla splendida Via Nazionale si affacciano i B&B Sganga Konde’ King, sette stanze in un’antica dimora nobiliare risalente al XVIII secolo, con tanto di affreschi e terrazza solarium; e il Noà, più semplice ma altrettanto curato, di stanze ve ne offre cinque. Entrambi i B&B hanno prezzi onestissimi: caldamente consigliati.