Reykjavik, la città nella baia del vapore

Reykjavik Reykjavik - McKay Savage

Reykjavik è un posto incredibile. Tutta l’Islanda è incredibile; ma limitiamoci a sognare un viaggio nella sua capitale. La città nella “Baia del Vapore”: è questo che significa il suo nome a tutta prima impronunciabile per noi genti mediterranee. Il vapore è quello delle sorgenti geotermali di cui pullula tutta l’isola, percorsa sottoterra da vene di lava che alimentano antichi vulcani, quiescenti e non, come ci ha ricordato nel 2010 lo scherzetto della nube del vulcano dal nome che pare scritto digitando a caso le lettere della tastiera: Eyjafallajoekull. Quando non si trasforma in eruzioni, l’attività magmatica sotterranea a Reykjavik diventa fonte di calore ed energia – pulita, pulitissima, tanto che la capitale islandese ama definirsi, con tanta autoironia “la città più calda d’Europa”. Oltre che la più pulita (e la più antisismica).

Seconda isola più grande del continente europeo, sperduta tra i ghiacci, terra mitica e nota solo ai Vichinghi per secoli, vagheggiata nei racconti medievali come ambientazione di odissee nordiche, fantasioso punto di partenza dell’avventuroso Viaggio al Centro della Terra di Jules Verne, l’Islanda di oggi è tutt’altro che chiusa in se stessa: intelligentemente, la popolazione coltiva un’educazione cosmopolita – i giovani conoscono almeno tre lingue europee, tra cui ovviamente l’inglese, alla perfezione. Non mancano nemmeno quelli che conoscono l’italiano.

Distesa su una penisola circondata da un Atlantico ormai gelido (la Corrente del Golfo qui può fare ben poco), la città è protetta a nord dalle pendici digradanti del Monte Esja e conta circa 120 mila abitanti. Meno di Livorno, tanto per farci un’idea. In tutta l’isola, sono circa 330 mila (come la provincia di Livorno). Ciononostante, i visitatori all’anno sono circa 1 milione e 75 mila, secondo le stime del Ministero del Turismo: che cosa porta così tanta gente alle estremità del mondo abitabile?

Innanzitutto una natura incontaminata (e un clima quasi imprevedibile) che restituisce il sapore perduto dell’ultima frontiera, dove ancora la sopravvivenza dell’uomo è soggetta al rispetto dell’equilibrio tra i propri limiti e il territorio che lo accoglie; ma anche l’ospitalità e l’apertura mentale degli islandesi che hanno puntellato la propria città principale di università, di teatri, di ristoranti, locali, centri commerciali e soprattutto piscine. Un modo curioso per confondersi tra gli abitanti di Reykjavik infatti può essere quello di visitarne le piscine frequentate a qualsiasi ora. L’acqua è riscaldata, ovviamente: il bello è che è tutta acqua termale, riscaldata dalla terra stessa.

C’è però un altro motivo che attira il turismo ed è chiaro fin dall’arrivo quando i taxisti all’aeroporto ti chiedono: “Sei qui per la wildlife o per la nightlife?” O si viene per la natura o si viene per la vita notturna, il cosiddetto runtur. Anche perché qui, quando ci si mette, la notte dura veramente tanto. Giorni, anche – d’inverno. Oppure è troppo breve, e si tramuta in un perpetuo tramonto, d’estate (22 ore di luce). Dal venerdì sera fino alla fine del weekend, indipendentemente dalla stagione, la percentuale di gente sobria in giro per le strade diminuisce in maniera esponenziale e aumenta al contempo quella di vetri di bottiglie rotte. Ma questo è un fenomeno che tutto sommato caratterizza tutte le latitudini, ormai. Il consiglio è di venire qui per tutto il resto, anche perché Reykjavik, se non è la più calda, è di sicuro una delle più care, tenuto conto che tutto viene importato.

Hallgrímskirkja, Reykjavik

Hallgrímskirkja, Reykjavik – Rob Oo

I must della città sono: l’enorme chiesa espressionista Hallgrimskirkja, dedicata al pastore (e poeta) del 600 Hallgrímur Pétursson. Ci sono voluti 38 anni per costruirla, dal 1945. Difficile non notarla: sono 75 metri di altezza ed è visibile fino a 20 chilometri di distanza. Salite sulla sua torre campanaria per abbracciare con lo sguardo tutta la città.

Orgoglio islandese è il museo dedicato allo scultore Einar Jonnson (1874-1954): opere visionarie e monumentali, le troverete anche sparse per la città. Il museo è ricavato nell’abitazione dell’artista, da lui stesso progettata, con tanto di mansarda dove lui si ritirava per rimirare il panorama dei sobborghi di Reykjavik.

Il resto dell’arte autoctona ve lo potete godere alla Galleria Nazionale Islandese, altrimenti un museo più pittoresco è il Saga Museum, nel quartiere di Perlan (ci arriva la linea 18), dove la storia islandese viene fatta rivivere attraverso diorami animati, tra luci e suoni (alcuni un po’ inquietanti), con realistiche statue di silicone dai tratti ironicamente modellati sugli abitanti del quartiere. Questo significa che dopo aver visto il diorama del fondatore leggendario di Reykjavik, Ingólfur Anarson, magari vi sembrerà di riconoscerlo nel direttore del museo: be’, è davvero lui! Del resto, la schiavetta prigioniera ai suoi piedi è sua figlia: i popoli nordici hanno un senso dell’umorismo che a volte sfugge a noi genti del sud. Per riprendervi dalle urla vichinghe: ennesima terrazza panoramica sulla città, nel bar del museo. Poi finalmente tornate coi piedi per terra.

Se i musei non sono la vostra passione, godetevi lo spettacolo della vita quotidiana che scorre per le strade e nel porto, dove ovviamente la pesca è l’attività principale da secoli. Nel fine settimana, a Kolaportiđ vi aspetta il mercato: la sfida è acquistare il famoso hákarl – carne di squalo fermentata. È un prodotto tipico, ma il gusto è talmente particolare che sono parecchi a non amarlo, persino tra gli islandesi. D’altronde, neanche il gorgonzola piace a tutti gli italiani. Il paragone non è casuale, perché ad esempio gli inglesi non vanno tanto per il sottile quando traducono la parola con “squalo marcio”: in sostanza, questo è l’hákarl, l’ingrediente principale della þorramatur, che è la vera summa della cucina islandese. Badate che sa di ammoniaca, tanto che si accompagna sempre a un bicchiere di acquavite locale, il brennivín – il quale, a sua volta, non è certo un’aranciata da buttar giù in un sorso: significa “vino ardente”, tanto per essere chiari sulla sua gradazione. Se vi può consolare, mangiare hákarl è segno di forza e di coraggio: se ce la farete, sarete guardati con ammirazione e simpatia. Non so se questo vi possa bastare. Però è sicuramente un’esperienza difficilmente ripetibile altrove. Souvenir più innocuo e sfruttabile per molti anni a venire: un classicissimo maglione di lana. Potete star certi che terrà caldo: la lana islandese è, come è facile immaginare, tra le migliori del mondo.

Reykjavik's harbor

Reykjavik’s harbor – Helgi Halldórsson

Con un po’ di hákarl nello stomaco, il brennivín nelle vene e con addosso il vostro maglione originale naturalmente impermeabile, sarete pronti per affrontare le prove di sopravvivenza più ardue. L’Islanda è lì fuori che vi aspetta. Una precisazione: non potete venire qui solo per Reykjavik – non ha senso. Non è un posto da weekend mordi e fuggi. Ci vuole almeno una settimana. Reykjavik va considerata una tappa di un viaggio più lungo per l’Islanda.

Come arrivare: trova un volo per Reykjavik
Dove dormire. Captain Reykjavik Guesthouse Ránargata oppure Rey Apartments.