Io non sono un albero: storia di un esilio persiano

Teheran Foto di Armin Gruber (CC BY)

Tornerai da me,
dalle mie lettere ondulanti,
dalla mia musica dolce e lamentosa,
e anche dalla mia poesia.
MARYAM MADJIDI

Io non sono un albero. Il primo romanzo di Maryam Madjidi (in origine “Marx et la poupée”) è il poetico racconto di una bambina nata in una famiglia di ribelli sognatori in fuga. A quasi sei anni fu costretta a trasferirsi in Francia e da allora tutto il suo mondo venne completamente stravolto.
Questo primo romanzo è il racconto del suo lungo viaggio per riappacificarsi con le proprie origini e la propria identità.

L’Iran raccontato dalla piccola Maryam è frammentato e pieno di contrasti, fatto di scene cariche di violenza e tenerezza, di odio e amore, di profumi e colori fortissimi.
Alcune immagini sono talmente impressionanti da restare scalfite anche nella mente del lettore, così come nei ricordi della bambina che li ha visti e vissuti. Quello della piccola Maryam è un Iran difficile da comprendere, con dolori troppo grandi da sostenere e che si porterà dentro in silenzio nei lunghi anni da esiliata in Francia, prima di ridargli voce da adulta con questo romanzo.

Maryam Madjidi

Foto di G.Garitan (CC BY-SA)

Parigi sarà la sua seconda patria: una patria aliena, innaturale, da conquistare, pena l’esclusione e la non-vita. I genitori non sanno aiutarla, anche loro troppo angosciati e depressi, talmente soli e sconfitti dalla vita da non riuscire a trovare le forze per capire gli incubi che ogni notte violentano il sonno di quella bambina di neppure sei anni o per comprendere il mutismo in cui è piombata da quando ha iniziato ad andare a scuola. Ed eccolo il problema più grande di questa nuova terra: la lingua francese, una lingua ostile, una lingua che non ha alcun contatto con quella persiana e che non permette di relazionarsi a nessun altro bambino o insegnante, una lingua che esclude e confina in classi per studenti speciali, una lingua che non appartiene ai genitori e che il padre non vuole neppure far entrare in casa (costruendo così nuovi fronti di guerra nel piccolo e sgarrupato monolocale di rue Marx Dormoy).

La Parigi dell’infanzia di Maryam non è affatto “la città delle luci”, al contrario è un luogo grigio e freddo, nulla a che vedere con il calore umano vissuto a Teheran, immensamente distante dai giochi e dalle risate fatte in cortile insieme ai cugini, dagli abbracci della nonna e dai suoi deliziosi manicaretti, lontanissima anche dai sogni di sua madre che ora scrive infinite lettere ai parenti e si perde a guardare fuori dalla finestra.

Per sopravvivere a questo orrore bisogna integrarsi e integrarsi significa dimenticare il passato, l’Iran e la lingua araba e lasciarsi riempire dall’aristocratica Francia e dalla sua ingombrante cultura, rinchiudendo il caos persiano in uno scrigno inaccessibile, da nascondere così bene da smarrirlo e poi smarrirsi in età adulta.

Passeranno anni pieni di studio, umiliazioni, maschere, amori e conquiste prima che Maryam tornerà a sentire il richiamo delle sue origini e a riappacificarsi con la sua terra d’origine e il suo idioma.

È nel 2002 che, alla Sorbona, una giovane studentessa dai capelli scuri e ribelli chiede al suo professore di letteratura francese e comparata di poter preparare una tesi di laurea sui poeti Omar Khayyam e Sadegh Hedayat. Non ha ancora le idee chiare ma sente che lì c’è qualcosa per lei. Oltre allo studio dei due autori, inizierà in parallelo quello della lingua persiana e per un anno andrà tre volte a settimana in rue Vicq-d’Azyr, nel decimo arrondissement, non lontano dalla sua prima scuola elementare.

L’anno successivo però sarà quello più significativo, l’anno che segnerà il grande ritorno a Teheran e la tanto attesa, commovente, riconciliazione con la sua famiglia d’origine: il loro calore sarà pronto ad avvolgerla e a stordirla, proprio come ricordava.

I non sono un albero.Quello che la non-più-bambina-Maryam scopre questa volta è l’inaspettata vita sommersa dei giovani iraniani: finestre di casa foderate con la carta alluminio per poter organizzare party senza essere visti e denunciati; uso di ogni tipo di alcool e droga illegale; controlli insensati e autoritari della polizia; corpi vigorosi e pieni di passione coperti da cicatrici per le torture subite in prigione.

E ancora una volta verrà travolta dallo spirito ribelle di questa terra e del suo popolo. Faticherà ad andarsene ma da quell’anno tornerà sempre più spesso in Iran e oltre ai ricordi dell’infanzia ne creerà di nuovi, allargando il suo cuore e il suo lessico ai due mondi.

Finalmente occidente e oriente inizieranno a convivere pacificamente in Maryam Madjidi e il suo primo libro “Io non sono un albero” è la sincera testimonianza di come sia possibile immaginare un futuro in cui due culture, apparentemente così diverse e in contrasto, possano superare muri e pregiudizi, tornando invece a parlarsi e – perché no – a riconciliarsi.