Cinema africano: Teza di Haile Gerima

Etiopia: il Lago Tana nel fim Teza di Haile Gerima Etiopia: il Lago Tana nel film Teza di Haile Gerima

C’è stato un tempo in cui il mio mondo iniziava e finiva sulle rive del lago Tana, là dove l’acqua si congiunge con il cielo. Nel mio viaggio nell’aldilà dove sono andato? Cosa mi è successo laggiù? Dove ho perso la gamba?

Nell’Etiopia del 1990, devastata da quindici anni di guerra civile, un uomo stanco e menomato fa ritorno dopo molto tempo al suo villaggio natale. Chi è Anberber? Da dove viene? Dove ha perso la gamba? I luoghi dell’infanzia fanno riemergere uno ad uno i ricordi; la trama del film intreccia la biografia di Anberber alla storia recente del paese africano.

Teza è un film scritto e diretto dal regista etiope-americano Haile Gerima, realizzato nell’arco di quattordici anni. Ha vinto nel 2008 il Premio della Critica e il Premio per la Migliore Sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia. Girato in gran parte in Etiopia nella regione del Lago Tana, con la fotografia dell’italiano Mario Masini, è un’opera che “coinvolge, commuove, incanta, informa, fa pensare” (Morandini) e secondo non pochi critici avrebbe meritato il Leone d’oro. E’ uno dei migliori film mai realizzati sulla storia africana recente è può essere visto in streaming sul sito Rai.it.

Teza di Haile Gerima

Il contesto storico

La storia dell’Etiopia degli ultimi cent’anni è storia di guerre condotte nel nome di fanatismi di diversa matrice ideologica ma accomunati dal filo rosso-nero della violenza. Inizia negli anni Trenta del Novecento con i massacri dei fascisti italiani nella sciagurata avventura coloniale di Mussolini negli anni Trenta, attraversa il regno assolutista di Hailé Selassié e prosegue, anche come effetto collaterale della Guerra Fredda, con il regime filo-sovietico di Menghistu.

E’ del 1974 il colpo di stato militare che depone Selassié. Il Negus aveva in parte modernizzato il Paese ma mantenendone sostanzialmente immutata la struttura feudale, accentrando nella figura dell’imperatore, padre padrone dell’Etiopia, tutto il potere. Con la sua deposizione, le speranze per una rinascita nel segno del socialismo vengono però immediatamente frustrate dal settarismo e dalla violenza del nuovo regime che fanno piombare il Paese in un agghiacciante incubo totalitario.

Menghistu Hailé Mariàm, al potere dell’Etiopia dal 1975 al 1990 con l’appoggio dell’URSS, instaura in nome della rivoluzione socialista un regime poliziesco criminale, che tiene in ostaggio un popolo duramente provato da carestie e sottosviluppo economico. Con il Terrore Rosso, persegue e ottiene l’eliminazione degli oppositori e presunti tali. Ma la guerra civile divampa, ed è guerra fratricida tra due fazioni d’ispirazione leninista che si contendono il potere massacrando il popolo in nome del popolo. I giovani e i giovanissimi vengono sequestrati dai soldati casa per casa, villaggio per villaggio, e mandati al massacro contro loro fratelli.

Cinema africano: Teza

Il dramma dell’Etiopia nel film di Gerima

ATTENZIONE: DA QUI IN AVANTI L’ARTICOLO CONTIENE DEGLI SPOILER

Il regime di Menghistu e la guerra civile segnano la fine delle illusioni per Anberber, l’eroe del film, per il suo amico Tesfay e per gli altri giovani esuli. Hanno studiato in Europa, hanno creduto nel marxismo e nella scienza come mezzi per far uscire l’Etiopia dal medioevo. Tornati ad Addis Abeba per aiutare il loro Paese a risorgere si trovano al bivio: da una parte c’è l’obbedienza a un regime oscurantista e violento; dall’altra la morte, l’eliminazione fisica in quanto nemici della rivoluzione. L’omicidio di Tesfay, segna il punto di non ritorno, la perdita dell’innocenza, la svolta definitiva nella vita di Anberber, ormai segnata da rassegnazione e disperazione.

Tesfay era diventato orfano con la guerra italiana. Non aveva più né padre nè madre. Il suo reato era stato voler aiutare il suo popolo. Voleva solo curare tutte quelle malattie.

Anberber non crede più in niente, a questo punto vorrebbe soltanto rivedere la propria madre e il proprio villaggio prima di morire. Ma la sua vita è in pericolo e prima di far ritorno alla sua casa sul Lago Tana deve rifugiarsi ancora in Germania, dove assiste alla caduta del muro di Berlino e subisce un’aggressione razzista che lo lascia storpio per il resto della vita.

Scampato per miracolo al terrore di Menghistu, Anberber subisce dunque la violenza razzista in Europa. Emerge in queste vicende la disillusione degli intellettuali ed esuli africani. Dopo aver studiato all’estero e sognato di trasformare il proprio paese d’origine grazie alle loro nuove conoscenze politiche e scientifiche, si scontrano con una realtà che li respinge, che li emargina o addirittura li perseguita, sia in Africa che in Europa.

Sul lago Tana: dai massacri alla speranza

Riordinato il filo degli avvenimenti e dei ricordi, si torna dunque alla scena iniziale del film: Anberber stanco e menomato che, dopo l’aggressione razzista in Germania, ritorna al suo villaggio natale sulle rive del Lago Tana.

Le popolazioni del Lago Tana sono tra quelle che subirono l’orrore dei gas, usati come arma dagli italiani in Africa orientale per liquidare i ribelli e domare le popolazioni locali. Su una collina un monumento italiano ricorda l’impresa militare della colonna guidata da Achille Starace. Su questa collina saliva Anberber bambino ad ammirare l’alba sull’immensa distesa d’acqua. Ma quale impresa è stata la Guerra d’Etiopia per l’Italia fascista? Un esercito motorizzato e moderno dotato di armi da fuoco e cannoni, appoggiato dall’aviazione non ha esitato a usare le armi chimiche e a massacrare la popolazione civile per stroncare una resistenza fiera ma malissimo armata a scarsamente organizzata.

Teza, il monumento fascista sul Lago Tana

Teza, il monumento fascista sul Lago Tana

Mio padre è stato uno tra le migliaia di uomini uccisi dal gas velenoso nella battaglia del Fiume Tecazzé. Nel mio villaggio l’unico segno in ricordo delle vittime della guerra italiana è il monumento sul monte di Mussolini.

Ma negli anni Settanta e Ottanta e ancora agli inizi dei Novanta, la violenza non è dell’invasore straniero. Le potenze straniere in questi anni si limitano a foraggiare di armi e denaro il loro dittatore di riferimento, che si occupa del lavoro sporco. Violenza e oppressione hanno il volto dei funzionari governativi, che arrivano per stanare i giovani e mandarli in guerra: un’intera generazione viene sacrificata per una guerra fratricida e assurda. Violenza è anche quella dei ribelli che combattono in nome di ideali sempre più confusi e lontani dalla realtà. La differenza ideologica tra le due fazioni che si contendono il Paese si riduce alla rivendicazione del “vero socialismo”, alla disputa se sia esso quello sovietico o quello albanese (?!), mentre i metodi dei due schieramenti appaiono tragicamente simili nella loro scelta di morte e annullamento della persona umana.

In un incubo ricorrente Anberber tenta inutilmente di tappare i buchi di un granaio con le pagine strappate dai suoi libri, tra cui ci sono le opere di Marx. Il grano continua a uscire da nuovi buchi e minaccia di soffocare Anberber. Come spiega un anziano del villaggio, “il grano significa il popolo e il granaio significa il nostro Paese”. Il sogno mette quindi in scena la frustrazione di Anberber nell’affannarsi a cercare di risolvere i problemi dell’Etiopia e della sua gente con le conoscenze acquisite durante gli studi, conoscenze che risultano inutili alla prova della realtà.

In un film segnato inevitabilmente da una visione pessimistica delle vicende umane, per il costante prevalere della guerra sulla pace, si intravede ancora una speranza, una possibilità per il futuro che il regista ha voluto lasciare socchiusa. La speranza sono i ragazzi che rifiutano la guerra e che si nascondono nella grotta per sfuggire alla cattura dei militari, in quella stessa grotta dove i loro nonni cercarono rifugio dagli attacchi italiani. La speranza è anche in una nuova nascita: il bambino che Anberber ha avuto con la sua nuova compagna, una donna emarginata nel villaggio perché ritenuta una strega. La speranza è la scuola del villaggio, dove Anberber farà il maestro. Riusciranno questi ragazzi, questi nuovi figli dell’Africa a costruire un futuro nel segno della pace?

Avranno una loro lingua. Creeranno un mondo destinato a loro. In quel mondo nuovo non esisterà una parola per ‘omicidio’ o ‘assassinio’. Non erediteranno le nostre ostilità, gli avvoltoi non li divoreranno.