L’avventura a Baunei è di quelle che non si dimenticano facilmente: in questa piccola cittadina si nasconde un frammento di Sardegna vera, fatta di montagna, macchia mediterranea, cielo e mare dei più limpidi che tu abbia mai visto.

Baunei la si raggiunge seguendo le indicazioni ben segnalate presenti sulla 125 nuova che si immette poco prima di raggiungere la cittadina nella vecchia 125, la suggestiva Orientale Sarda. La strada ha dato respiro a molti paesi dell’entroterra e Baunei non ha fatto eccezione: fino a pochi decenni fa era infatti un piccolo paradiso di roccia e cielo isolato dal mondo e questo è subito palese se si osserva la genuina gentilezza delle donne di una certa età, vestite di nero, con quei capelli grigi legati in favolose crocchie.
Raggiunta piazza Indipendenza, nel cuore di Baunei, siamo partiti subito alla volta dell’altopiano di Golgo: lo si raggiunge attraversando dei tornanti impetuosi e forti che garantiscono una rapida ascesa in paradiso. Il trenino sale e tu hai tutto il tempo di godere di una vallata mozzafiato che si srotola fino al mare. Non so nemmeno quante foto sia riuscita a scattare, tutte deliziose, prima di salutare l’aspetto montano di Baunei a favore di quello campestre.

La prima fermata ci ha immerso in un mondo di fiaba: a pochi passi da noi si trovavano delle favolose piscine basaltiche, poco invitanti perché stagnanti, eppure una vera e propria ricchezza per i pastori della zona. Quando sull’altopiano di Golgo non c’era acqua, As Piscinas erano l’unica soluzione possibile. Luogo di culto, luogo di incontro, luogo di cura: con il trascorrere dei secoli hanno rivestito mille e un ruolo.
Le salutiamo per dirigerci al pezzo forte dell’escursione: Su Sterru. Si tratta di una voragine carsica profondissima, il cui fondo è stato ammirato da pochissimi coraggiosi che hanno pensato che scendere sul fondo di Madre Terra fosse cosa possibile. La leggenda vuole che la voragine sia stata creata da San Pietro che per liberare la gente di Baunei da Sa Serpente, la abbia afferrata per la coda per poi scagliarla a terra, provocando quella buca che oggi sappiamo profonda ben 290 metri. E’ recintata da una ringhiera, ma anche così, a distanza, incute un certo timore.

Una carezza all’asinello, un saluto alla chiesa e presto raggiungiamo la terza tappa: a darci ospitalità questa volta ci pensa il rifugio di Cala Goloritze, che mette a disposizione belle stanze e un favoloso ristorante alle spalle del quale, tutta da visitare c’è una suggestiva maschera di pietra; si tratta di una roccia scolpita dal vento, dalla pioggia e dai secoli che somiglia sorprendentemente ad un volto, con tanto di occhi e bocca. L’accesso è consentito grazie ad una favolosa scala di ginepro, resistente e profumata.
Per premiarci dell’ultima fatica, ad attenderci c’è un delizioso pranzetto a base di salsiccia, pane carasau, formaggio stagionato e formaggio fresco, olive, cipolline e pomodori secchi: naturalmente il cannonau non può mancare, siamo in Sardegna d’altronde.
Mentre il trenino dopo 4 ore di escursione ci riportava in piazza indipendenza ho pensato che quelle 25 euro non le avrei potute spendere meglio!

