Soweto, Sudafrica: township simbolo della lotta all’apartheid

Soweto

Senza perdono non ci può essere futuro per una relazione tra persone o tra le nazioni.
Desmond Tutu

SowetoLasciamo i grattacieli di Johannesburg passando accanto alle colline di miniere d’oro ormai esaurite che hanno dato origine nel XIX secolo alla nascita e prosperità della città. Lungo la strada per Soweto ci fermiamo dopo 16 km al Soccer City Stadium noto come FNB Stadium, dove Nelson Mandela tenne il suo primo discorso dopo 27 anni di prigionia e che ha ospitato i mondiali del 2010.

Soweto (acronimo di South West Township), dal 2002 annessa a Johannesburg, è il più famoso, politicizzato, grande ghetto del Sudafrica. Una città nella città, un agglomerato di sobborghi e township minori di enormi proporzioni, prevalentemente abitata da neri di tutte le etnie e dove si parlano tutte le lingue del Sudafrica. Soweto non è solo baracche di ferro senza acqua corrente, luce elettrica rubata ai semafori e servizi igienici in comune dove i poveri vivono in condizioni precarie, ma anche quartieri eleganti abitati dal ceto medio, dai nuovi ricchi neri, ville lussuose a prezzi milionari con ampi giardini e auto di pregio, ristoranti, centinaia di chiese e scuole, un’università, musei e l’ospedale più grande al mondo (Baragwanath).

township Sud Africa Ci troviamo nella zona sud ovest, la più benestante dove si trova la casa abitata da Winnie la ex moglie di Mandela. Proseguiamo in auto fino a Vilakazi Street che vanta il primato di aver dato la residenza ai 2 premi Nobel Nelson Mandela e Desmond Tutu che tanto hanno contribuito alla lotta e alla convivenza pacifica del post apartheid. Oggi la vecchia casa di Mandela di fronte al Mandela’s Family Restaurant e a 200 metri dalla casa di Tutu, è diventata un museo.

Proseguiamo a piedi fino alla piazza principale dedicata a Hector Pieterson, il ragazzino di 13 anni ucciso il 16 giugno 1976 durante una manifestazione pacifica di 10000 studenti. Una delle cause della protesta fu l’introduzione obbligatoria dell’afrikaans in tutte le scuole, considerata la lingua parlata dall’oppressore. Nei 10 giorni che seguirono vennero uccisi centinaia di studenti e le manifestazioni che presero il nome di “Rivolta di Soweto”, diedero inizio a una serie di avvenimenti che portarono dopo 15 anni alla caduta del regime apartheid. Pieterson divenne il simbolo dei tumulti giovanili. Il massacro e la foto di lui morente portato a braccia dal compagno, fecero il giro del mondo, mettendo in luce le ingiustizie della segregazione razziale. Nella piazza si trova il Memoriale con un interessante e toccante museo con immagini e video che testimoniano i fatti di quei giorni. Le chiese divennero luoghi d’incontro clandestini, la più importante fra tutte la Regina Mundi nel cuore della township.

Soweto: Orlando towersCi allontaniamo dai quartieri eleganti passando accanto all’icona di Soweto, le torri di raffreddamento della centrale elettrica di Orlando con enormi murales, oggi anche usate per il bungee jumping. Una manciata di km e Soweto cambia faccia. Parcheggiamo in uno spiazzo sterrato e polveroso dove il benvenuto nel piccolo insediamento di Motsoaledi è scritto sull’insegna della Coca Cola tra copertoni di camion. La guida ci affida a un ragazzo del posto che per pochi Rand di mancia ci accompagna per le strade polverose, tra baracche di ferro corrugato protette dal filo spinato e gente che dal cambio di regime si aspettava molto, forse di più, afflitta dalla mancanza di lavoro e dall’Aids che miete sempre più vittime. In Sudafrica quasi 6 milioni su 50 sono sieropositive e in alcune baraccopoli 1 adulto su 3. Nei cortili oggetti ammassati ovunque, solo donne e bimbi che giocano per strada, mentre i più piccoli fanno la siesta nella casa asilo che ci accoglie prima di lasciare la township con la speranza di un’altra donazione.

 

Il viaggio continua a Pretoria, la città delle jacarande. A breve l’articolo ➔