Fiera di Sant’Orso: una festa lunga un millennio

Fiori di legno, Fiera di Sant'Orso CC FlavioSuffredini.com

È così da 1011 anni. Ad Aosta la fine del grande freddo lo festeggiano così, dalle profondità del Medio Evo, ininterrottamente fino a oggi. Ci si ritrova tutti per strada, per la lunga Veglia, la Veillà, come la chiamano i valdostani, attorno alla vecchia collegiata di Sant’Orso, tra le bancarelle degli artigiani, e insieme si aspetta l’alba. In altre zone quelli sono detti “i Giorni della Merla”, si sa: i giorni più freddi dell’anno.

Questa è la Fiera di Sant’Orso, appuntamento tra i più cari per i Valdostani, che si tiene appunto il 29, il 30 e il 31 Gennaio (con coda fino all’alba del 1° Febbraio), per le vie del centro storico di Aosta, avendo come fulcro l’antico complesso monastico romanico-gotico della Collegiata dei Santi Pietro e Orso. L’Orso in questione non ha niente di plantigrado: il suo nome è la latinizzazione dell’irlandese “Ours” e il Santo è un mite presbiterio che, probabilmente nel VI secolo, aveva avuto incarico di custodire e mantenere aperta al culto quella che allora era solo una cappelletta eretta per i fedeli valligiani in un’area sacra già in epoca pagana. Pare fosse una persona molto semplice, di grande umiltà ma soprattutto di gran cuore, e che durante le giornate più fredde dell’inverno si mettesse a distribuire ai poveri i famosi sabot di legno, i tipici zoccoli valdostani eccezionali nel mantenere caldi i piedi. Alcuni dicono che li fabbricasse lui stesso, altri sostengono che radunasse i più abili falegnami e intagliatori di legno della Valle; ad ogni modo è questo particolare che lo lega dalla notte dei tempi alla lavorazione del legno e alle notti invernali.

Aosta, Fiera di Sant'Orso

CC FlavioSuffredini.com

Oggi tra la bancarelle troverete, oltre a tutti i tipi di sabot, il meglio dell’artigianato regionale – della lavorazione del legno, certo, ma anche della pietra ollare (pratica diffusa un po’ lungo tutto l’arco alpino, nel Nord Italia), del cuoio, del ferro battuto… e poi ancora potrete contemplare (e acquistare) le stoffe lavorate con i tradizionali telai in legno, i famosi drap di lana di Val d’Aosta, e ancora pizzi, trine, merletti, oggetti per la casa, persino botti. Il tutto con sottofondo di musica, folkloristica e non, e immancabili soste per recuperare le forze tra i gusti e i profumi irresistibili della cucina valdostana.

Quello che conta sottolineare è che i prodotti acquistabili durante la Fiera sono tutti frutto del lavoro artigianale: non c’è niente di industriale, qui. Queste sono “cose povere ma preziose” che escono da mani capaci di coniugare abilità e creatività tramandate da generazioni, oggetti da condividere con chi li sa apprezzare, tanto che l’aspetto commerciale passa in secondo piano rispetto al gusto di mostrare il proprio lavoro, di esporre una passione per la bellezza e per la cura dei dettagli: sono tanti anche coloro che espongono oggetti fatti per hobby – di altissimo livello, sia chiaro.

Ovviamente, vale la pena di approfittare della Fiera per una visita alla Collegiata: il complesso raduna edifici che vanno dal X secolo al XV. La cripta ad esempio è rimasta tal quale era attorno all’anno 1000, all’epoca del Vescovo Anselmo (il Vescovo, non il Sant’Anselmo filosofo – sì: anche lui di Aosta, ma di una generazione dopo). Oppure il coro ligneo del Quattrocento, in cui vediamo prendere forma d’arte quelle abilità artigianali che abbiamo appena lasciato all’esterno della chiesa: tripudio di storie sacre raccontate con lo scalpello tra mille e mille simboli dalle origini più disparate, compreso il folklore (ad esempio troverete persino una caccia al cinghiale, dalle chiare ascendenze celtiche). O ancora, fatevi accompagnare sulle passerelle sospese che portano fin sotto il soffitto: c’è un eccezionale ciclo di affreschi medievali, perfettamente conservati, un vero e proprio tesoro dell’arte, tra un incredibile Giudizio Universale e vari miracoli di Apostoli e del Cristo.

Tornando fuori passate per il Chiostro, sorto nel XII secolo a opera degli Agostiniani che costruirono lì, dove passava l’antica Via Francigena per Roma, un luogo di ospitalità per i viaggiatori. Tra le sculture dei capitelli di marmo bianco poggiati sulle colonne nere di bardiglio di Aymavilles, la pietra locale più amata dagli antichi Romani, ritroverete, oltre alle immancabili storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, alcuni episodi del nostro Santo, con cui abbiamo iniziato. Ce n’è uno in particolare, che possiamo ricordare per concludere: un povero servitore aveva chiesto al buon prete di difenderlo da un’ingiusta accusa. Il suo padrone, infatti, che era il tal Vescovo della tal zona, il corrotto Ploziano, lo sospettava anche se era innocente. Orso ci mise una buona parola, il Vescovo finse di credergli, ma poi punì lo stesso il servo, con una crudeltà gratuita: gli fece versare in testa pece bollente. Inorridito dall’arroganza del potente, Orso, mentre il povero servitore agonizzava, non ebbe paura di andare di fronte a Ploziano: per la sua cattiveria sarebbe morto prima del suo servo, gli profetizzò. E così in effetti quella notte due diavoli, si racconta, strangolarono nel suo letto il Vescovo corrotto, guadagnando così a Sant’Orso anche il titolo di protettore degli oppressi. Tra i capitelli della collegiata, con un po’ di attenzione, troverete i due diavoli che strozzano l’affamatore.

In pratica. Trenitalia organizza per l’occasione quattro treni speciali in più rispetto alle linee ordinarie da Torino Porta Nuova. Per chi arriva in auto invece sono organizzati parcheggi gratuiti assistiti alla periferia di Aosta con servizio navetta da e per la Fiera, con una sosta anche alla Stazione ferroviaria. Qui trovate il programma.