Uluṟu, il cuore vibrante dell’Australia

Uluṟu, Australia © Thomas Ronchetti
Questo articolo è una tappa del viaggio di Thomas in Australia. Leggi l’itinerario completo qui »

202 km a sud di Alice Springs lungo la Stuart Hwy uno svincolo stradale taglia a ovest. Dopo altri 242 km, spezzati da un unica stazione di servizio/pub con un free camp ground e doccia pubblica ad un 1$ a lato pompa della benzina si raggiunge Yulara, un centro turistico che offre diverse soluzioni tra campeggi, free camp grounds hotel e l’aeroporto nazionale collegato alle principali città australiane.

Australia on the road

© Thomas Ronchetti

Detto così sembrerebbe un’altra soluzione di ristoro come Alice Springs da concedersi durante il viaggio; in realtà si è giusto a lato del cuore vibrante e pulsante australiano, l’icona più rappresentativa dal punto di vista geografico ed estetico. Appena fuori Yulara, l’ingresso per l’Uluru-Kata Tjuta National Park, che nel 1987 è stato inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. All’interno della sua superficie di 1326 km quadrati si trovano due formazioni geologiche ad oggi circondate da mistero circa la loro origine: il famosissimo Ayers Rock massiccio granitico che si staglia all’orizzonte e il meno conosciuto ma altrettanto spettacolare Monte Olgas, formato da un apiccola catena di cupole rocciose.

Uluṟu (nome originale dell’Ayers Rock) è luogo sacro per gli australiani aborigeni, e venne riconsegnato formalmente alle popolazioni indigene nel 1985, infatti i proprietari tradizionali di questo territorio sono gli aborigeni Anangu; oggi il parco è gestito congiuntamente dal governo australiano e dagli aborigeni, e proprio all’ingresso del parco, pagando il biglietto, ci viene consegnato un foglio a nome degli Anangu, in cui si chiede di evitare di salire in cima alla loro montagna sacra, nonostante il percorso ferrato creato apposta per i turisti.

Uluru Kata Tiuta National Park - Australia

© Thomas Ronchetti

Così optiamo per un tour motorizzato circumnavigando l’Ayers Rock dentro il nostro van e fermandoci in un punto panoramico per osservarne i colori che, al tramonto, passano dall’arancione al magenta e al nero (all’alba ovviamente lo stesso processo ma al contrario). Tutto è immobile, tranne le nuvole che si stagliano sopra la cima ondulata, inseguendosi in un moto infinito e creando trame e forme cangianti. Il senso del viaggio si incastra in noi in profondità, tanto quanto questo monolite sprofonda nel terreno australe, quasi per mantenerlo ancorato a sé, vero epicentro di ciò che si muove fuggevole nel tempo, intorno alla sua fissità.

La notte scivola fresca dopo una doccia rinfrescante, parcheggiati vicino ad un alberello in una delle piazzole dell’Ayers Rock Campground e di buon mattino guidiamo per circa 20 minuti fino alla catena del monte Olgas per una gita a piedi nella gola che si snoda tra le sue dorsali lisce e luccicanti sotto il sole.

L’atmosfera è surreale ed il silenzio sembra coprire un tenue ronzio costante e profondo, in continua evoluzione, che si confonde con il suono degli insetti e il canto degli uccelli dei boschetti posti ai piedi delle rocce. Al di là della gola la distesa di arbusti e alberi che caratterizza questa parte del deserto è una promessa di viaggio che ci svuota per un verso tanto quanto ci riempie di emozioni per l’altro, in attesa dei giorni on the road a venire.

Altre foto dell’Australia su thomasronchetti.com

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