Milano – Sarajevo 2008

Strade della Bosnia

Da Milano Sarajevo in macchina: un po’ più di un mille chilometri, di cui oltre 700 da percorrere velocemente su autostrade italiane, slovene e croate e circa 300 sulle strade della Bosnia a una sola corsia. Secondo Google Maps sono meno di dodici ore di viaggio, escluse pause e code alla frontiera. E’ un tragitto che è consigliabile fare in due o anche tre tappe, in modo da dedicare una giornata intera alla parte bosniaca, da percorrere con lentezza per godersi una strada che, dopo Banja Luka, si fa tortuosa e spettacolare.

Chi vuole prendersela comoda può suddividere il viaggio in tre tappe magari fermandosi la prima notte a Lubiana e la seconda a Zagabria. Noi abbiamo scelto di fare il viaggio in due tappe fermandoci un paio giorni nella Dolenjska, regione della Slovenia sud-orientale che tra le sue attrattive principali annovera castelli, vigneti, boschi e terme.

Novo Mesto, Slovenia

Novo Mesto, Slovenia

Dopo una pausa rilassante alle terme di Smarjeske, ripartiamo la mattina del 22 luglio puntando decisamente sulla nostra meta: Bosnia, Sarajevo. L’autostrada slovena e quella croata sono in eccellenti condizioni e quasi non c’è traffico, così superiamo Zagabria e raggiungiamo rapidamente la frontiera croato-bosniaca di Gradiska. Qui inizia davvero il viaggio.

Sulle strade della Bosnia

La linea di confine tra Croazia e Bosnia è segnata da un fiume. Una coda di camion e autoveicoli attende pazientemente sul ponte. Il passaggio al posto di frontiera bosniaco richiederà circa un’ora. Il paesaggio è piatto e monotono, ingrigito da un cielo plumbeo e squallidi edifici in costruzione.

Entrati in Bosnia Erzegovina, il paesaggio cambia notevolmente. Oltre allo squallore che Gradiska ha in comune con tante altre cittadine di frontiera nel mondo, qui notiamo i primi segni dei conflitti irrisolti, ferite della guerra ancora sanguinanti. Le bandiere sventolano ovunque. Non sono bosniache, sono bandiere serbe. I cartelli e le indicazioni stradali sono in cirillico. Il primo edificio che si impone alla vista dopo il passaggio della frontiera è una chiesa ortodossa.

E’ una vera e propria ossessione: segnare il territorio con bandiere, edifici e segni di appartenenza religiosa. Negli stati sorti dalle ceneri della Jugoslavia vivono popolazioni tra le meno religiose al mondo, ma la religione è ciò che è rimasto a razzisti, opportunisti e nazionalisti per giustificare le loro guerre e violenze. A quanto pare raggiungono il loro scopo: la guerra, la violenza e la propaganda generano nuove e vecchie paure, risvegliano fanatismi.

Siamo nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Da non confondere con la Repubblica di Serbia, è l’entità fondata dai serbo-bosniaci di Karadzic e sancita dagli accordi di Dayton, un paese dove disastro economico, deserto culturale e nazionalismo sono l’inevitabile corollario di uno staterello, enclave di un enclave, la cui fondazione poggia sul genocidio delle popolazioni non serbe. Ad aumentare le tensioni, il nazionalismo e la crisi economica, qui si sono trasferiti molti serbi in fuga dalla Croazia, a loro volta vittime di pulizia etnica.

bosnia

bosnia

La strada prosegue dritta e monotona fino a Banja Luka, la capitale dei Serbi di Bosnia. Attraversiamo la città senza soffermarci, ma l’impressione è che non sia molto attraente. Anche qui i cartelli stradali in cirillico ci creano qualche problema di orientamento. E’ interessante notare che quasi tutte le insegne dei negozi sono invece in alfabeto latino. La scelta del cirillico è puramente politica e non necessariamente riflette una reale utilizzo della popolazione. Fa capire subito ai bosniaci di etnia non serba che qui non sono graditi.

A Banja Luka, come in tutta la Repubblica Serba di Bosnia, vivevano molti bosniaci musulmani (ma ci sarebbe molto da dire su cosa significava essere musulmano nella laica e socialista Jugoslavia). Durante la guerra le bande criminali dell’esercito serbo-bosniaco hanno distrutto le moschee, e i musulmani, quando non sono stati stati massacrati, sono stati costretti a fuggire. Nonostante gli accordi di Dayton, a Banja Luka sono pochissimi i profughi che hanno fatto ritorno alle proprie case.

Mi pare importante precisare che le moschee, come del resto le chiese, da queste parti non sono mai state particolarmente frequentate. Eppure oggi chiese ortodosse, chiese cattoliche, moschee riescono nuovamente a risvegliare l’odio, a dividere popolazioni mischiate da secoli. Distruggere moschee e costruire chiese, costruire un minareto più alto del campanile, issare una croce sul colle più alto. Una macabra gara tra identità escludenti, che ha rischiato di riportare la terra degli Slavi del sud all’età della pietra.

Sarajevo 2008

Sarajevo 2008, i segni della guerra

Superata Banja Luka, dopo pochi chilometri la strada inizia a salire in tornanti sempre più stretti e il paesaggio si fa spettacolare. Al grigio della città subentra il verde smeraldo delle foreste e il blu di laghi e torrenti. Eccoci nel cuore dei Balcani, montagne ricoperte di boschi, cerniera tra Occidente e Oriente, luogo d’incontro di culture ma anche di scontro tra geopolitiche aggressive. I Balcani, disse una volta Churchill, producono più storia di quella che riescono a consumare.

Procediamo lentamente, per prudenza ma anche per avere il tempo di fare e sentire il viaggio, ipnotizzati dai panorami che si susseguono dopo ogni tornante. Purtroppo il tempo è inclemente. Pioggia e temperature intorno ai 10 gradi. Così sarà fino a Sarajevo. E’ luglio ma sembra novembre.

Dove dormire a Sarajevo: Hostel Franz Ferdinand.

Letture di viaggio: Lonely Planet Balcani Occidentali, Il nostro viaggio di Anita Bukvic, E’ oriente di Paolo Rumiz, La guerra dei dieci anni di Alessandro Marzo Magno.