In Borneo sul fiume Mahakam: quel che resta dei Dayak tagliatori di teste

Borneo, Dayak del fiume MahakamFoto di Carla Squaiella ©

Questo articolo fa parte del viaggio di Carla in Kalimantan. Leggi l’itinerario completo qui »

I Dayak del Kalimantan sono un ceppo indigeno originariamente di religione animista, dedito alla caccia e all’agricoltura, noto per le scenografiche danze rituali, gli elaborati tatuaggi creati dagli artisti-medium della tribù e la pratica dell’allungamento dei lobi delle orecchie, segno di prestigio. Un tempo guerrieri tagliatori di teste, i Dayak ritenevano che il cranio fosse il contenitore dell’anima e portare al villaggio teste nemiche significava nutrire di vita la tribù e la terra, oltre che acquisire il potere del caduto. La prassi che sembrava ormai abbandonata, in realtà è tornata in voga in occasione di conflitti. L’ultimo caso fu il massacro dei Maduresi, musulmani emigrati dall’isola di Madura, che avvenne nel 2001 per motivi razziali.

Anziana Dayak

Foto di Carla Squaiella ©

Numerosi villaggi Dayak si trovano lungo il fiume Mahakam che con i suoi affluenti è la principale via di comunicazione della vasta regione di Kutai. Qui si trovano ancora le tipiche longhouse, tradizionali “case lunghe” condivise dalle famiglie del villaggio, la cui architettura, sospesa su pali di legno, sembra risalire ai tempi in cui le popolazioni vivevano nella giungla. Anche questo lembo di Borneo ha subito gli effetti del selvaggio disboscamento, dell’inquinamento delle acque e della modernizzazione: i Dayak sono gli antichi abitanti del Borneo, ma le tradizioni sono visibili quasi esclusivamente durante le cerimonie ed è sempre più difficile trovare longhouse abitate e anziane con le orecchie lunghe. Tuttavia tra pittoreschi paesaggi e situazioni singolari, il viaggio lungo il Mahakam è una bella avventura e risalendo per giorni lungo il fiume, nonostante i villaggi non si facciano più tradizionali, può ancora succedere di non incontrare un solo turista.

Raggiungiamo Samarinda, città industriale a 14 ore di autobus da Banjarmasin, e ci fermiamo giusto il tempo per organizzare il nostro tour, approfittando per visitare l’imponente Islamic Center col suo punto panoramico e la Mesjid Raya Darussalam, dai minareti a forma di missile.

Siamo indecisi se intraprendere il viaggio da soli affrontando la difficoltà di non parlare la lingua locale, navigando perlopiù su battelli pubblici, i Kapal, e contrattando via via il noleggio dei Ces (o Longboats), le piccole  e veloci barche a motore private; oppure affidarci a una guida, soluzione meno avventurosa e molto più cara, che ci dà però il vantaggio di sfruttare meglio il tempo a disposizione e raggiungere villaggi più lontani. Optiamo per quest’ultima soluzione e ci appoggiamo ad Ateng, guida consigliataci da Borneo Homestay di Banjarmasin. In 4 giorni percorreremo 523 km fino a Long Bagun, principalmente in Ces, per poi ritornare a Samarinda con un lungo viaggio di 36 ore in Kapal. Il costo è di 17 milioni di Idr, prezzo di mercato per 2 persone.

Attraversare il Mahakam richiede tempo, denaro e buon spirito di adattamento. Per dormire e mangiare ci si deve accontentare di quello che si trova e man mano che si risale il fiume i prezzi dei trasporti lievitano. Di seguito i dettagli del nostro itinerario.

Longhouse

Longhouse Mancong | Foto di Carla Squaiella ©

Primo giorno: Samarinda – Muara Muntai

Partiamo in auto per Kota Bangun, da dove avrà inizio il nostro viaggio sul fiume, fermandoci lungo il tragitto a Tenggarong per visitare il museo Mularwarman. A Kota Bangun ci aspetta il Ces, dove seduti su cuscini trascorreremo giorni a contemplare la giungla pluviale, la vita nei villaggi, le barche a motore o le enormi chiatte cariche di carbone e legname scivolare senza sosta sulle acque del fiume. Attraversiamo la zona dei laghi Semayang e Melintang dove la foresta diventa più fitta, prima di accostare alla piattaforma galleggiante di sbarco di Muara Muntai, villaggio di pescatori con la sua bella passerella su palafitte di 2 km in pregiato ironwood. Nella nostra homestay Tiara è meglio non guardarsi troppo in giro e la cena non è granché, ma la vista sul fiume al tramonto è indimenticabile.

Secondo giorno: Muara Muntai – Tanjung Isuy

Kalimantan, Mahakam River: Jantur

Villaggio Jantur | Foto di Carla Squaiella ©

Raggiungiamo in Ces il villaggio di pescatori banjarese Jantur, tra i più interessanti del Mahakam. Due passerelle in legno disseminate di vestiti e pesci stesi al sole, lo collegano alle rive del fiume. Procediamo attraverso il lago Jempang, con deviazione lungo l’Ohong Creek e l’omonimo villaggio, che come un tunnel attraversa la bassa foresta, tra splendidi paesaggi, aironi, iguana, macachi e scimmie con la proboscide, fino ad arrivare a Tanjung Isuy, primo villaggio Dayak Benauq (ultima tappa per la maggior parte dei turisti). Alloggiamo nella caratteristica longhouse arredata con patungs (statue) e ulap doyo (tipici tessuti) oggi semplice guesthouse. Lasciati i bagagli raggiungiamo Mancong, pittoresco villaggio con l’antica longhouse dove si celebrano ogni anno importanti cerimonie.

Terzo giorno: Tanjung Isuy – Tering

Risaliamo il lago Jempang fino al villaggio di Penyngaham e di nuovo lungo il Mahakam fino a Muara Pahu (circa 7 ore), dove abbiamo la fortuna di incontrare delfini Irrawaddy (in via di estinzione per via dell’inquinamento delle acque). Sbarchiamo a Melak, un’anonima e trafficata cittadina, per proseguire in auto tra piantagioni di gomma verso il (troppo) reclamizzato Parco Kersik Luway famoso per l’orchidea nera (non sempre fiorita), e Eheng con la tradizionale vecchia longhouse ancora abitata da alcune famiglie, con le antiche tombe Dayak Tunjung. Lungo la strada per Tering ci fermiamo alle cascate Mapan e Inar e alla grotta di Punda Maria. Tering, è il capolinea dei kapal quando l’acqua del fiume non permette di andare oltre.

Quarto giorno: Tering – Long Bagun

A 3 ore da Tering si trova Databilang, un villaggio Dayak Benuaq e Kenyah, con belle casette in legno su palafitte ornate di piante e fiori. Andiamo alla ricerca delle due anziane con le orecchie lunghe che ancora vivono nel villaggio. Hanno le braccia coperte di tatuaggi, ci sorridono, si fanno fotografare volentieri e per l’occasione indossano orgogliosamente gli abiti tradizionali. Riprendiamo il viaggio lungo il fiume verso le longhouses di Runkundamai e poi di Long Bagun. Dormiamo nella guesthouse Polewali: ha camere minuscole, ma un arredamento originale pieno di antichi oggetti Dayak. Long Bagun è la nostra ultima tappa, pochi si avventurano oltre, le uniche imbarcazioni che possono risalire la corrente e le rapide sono le costose longboats a più motori o le potenti speadboats.

Quinto e sesto giorno: Long Bagun – Samarinda

Alle prime luci dell’alba saliamo sul kapal di linea, il lento battello di circa 20 metri che trasporta fino a 200 persone. Il ponte di coperta è aperto ai lati e della gente è già seduta per terra vicino ai bagagli e ai motorini, mentre il 2° piano è adibito ad un unico dormitorio con materassini allineati uno accanto all’altro. Le piccole finestre non permettono una grande aerazione, ma per fortuna è settembre e il caldo non è eccessivo. I bimbi avvolti in sarong appesi al soffitto, dormono ancora dondolati dal movimento del fiume. Sul kapal mangiamo male, la latrina è un buco sul pavimento a filo d’acqua con una canna che sputa acqua del fiume per lavarsi, ma familiarizziamo con i locali, li osserviamo nella vita di tutti i giorni, ci godiamo ogni scorcio di panorama seduti sul tetto o nell’area aperta a poppa. Un lungo viaggio di 36 ore, parte integrante dell’esperienza lungo il Mahakam.

Kapal, fiume Mahakam

In Kapal | Foto di Carla Squaiella ©

Il viaggio di Carla in Kalimantan continua nell’arcipelago di Derawan »