A Venezia con Tiziano Scarpa: un itinerario letterario

Venezia - Ponte dei sospiriFoto di Annamaria Pini

Venezia è un pesce. E’ con questa definizione accattivante che Tiziano Scarpa, romanziere e drammaturgo nato nel capoluogo veneto, ci introduce nella sua Venezia in modo tutt’altro che convenzionale, proponendoci una «passeggiata fisico-emotiva», come la definisce lui stesso, per le calli della sua amata e insolita patria.

Osannata da scrittori, poeti, artisti e comuni viaggiatori, Scarpa la descrive come «una sogliola colossale distesa sul fondo» (e a guardarla su una mappa che la comprenda tutta, non si può che dargli ragione!). Scarpa ci guida alla scoperta della città con ogni parte del corpo, a partire dai piedi, fino ad arrivare agli occhi, passando per orecchie, mani, cuore, gambe, volto, bocca e naso. Un modo alternativo per assaporare ogni angolo urbano e scoprirne di nuovi. Facendo tesoro dell’approccio sensitivo consigliato dall’autore, vi proponiamo un itinerario per la città lagunare che spazia da Cannaregio a Castello fino a San Marco e Dorsoduro, risalendo per Santa Croce e San Polo, i quartieri, o meglio, «sestieri», del centro storico.

Cannaregio, dal nome delle canne che ne popolavano la palude, è una vasta mezzaluna che si estende dalla stazione di Santa Lucia, il miglior approdo per visitare la città, fino all’Ospedale. É un sestiere molto animato e intriso di storie: è qui che abitarono Tiziano, Tintoretto e Marco Polo ed è qui che si trova, dalla fine del Quattrocento, il ghetto ebraico (la parola ghetto nasce proprio a Venezia da getto, colata di cemento, per una fonderia che si trovava nei paraggi).

«Disorientati, bighellona…smarrirsi è l’unico posto dove vale la pena di andare».

Seguendo il consiglio di Scarpa, rimbalziamo tra la Madonna dell’orto e le Fondamenta della Misericordia che brulica di localini e caffè. Riprendiamo cognizione di dove siamo e imbocchiamo la Strada nova, giusto per non perdere completamente l’orientamento e visitare Cà D’oro, un prezioso palazzo gotico che custodisce, tra gli altri, dipinti di Mantegna e Van Dyck.

Venezia - Tiziano Scarpa

Foto di Annamaria Pini

Continuando in direzione Castello, la coda del pesce, passiamo davanti alla monumentale facciata in mattoni dei Santi Giovanni e Paolo, alle chiese di Ospedaletto e San Francesco della Vigna fino a raggiungere l’Arsenale e i suoi giardini, luogo deputato ad accogliere le opere della Biennale. Tornando verso il centro, in Riva degli Schiavoni all’altezza di Santa Maria della Pietà, deviamo per la Scuola San Giorgio degli Schiavoni per ammirare il ciclo di Vittore Carpaccio che è, come scrive Scarpa, una delle «esperienze estetiche più letali della città».

Arriviamo così a San Marco, passando per il Ponte dei Sospiri, uno dei più ammirati tra i 500 ponti presenti in città. Palazzo Ducale, la Basilica di San Marco, il Campanile con «la madre di tutte le campane» e la Torre Dell’Orologio, ci lasceranno esterrefatti, anche se a Venezia «ogni scorcio irradia bellezza», che ci si trovi in una calle, in un interno o lungo i canali, benché maleodoranti («ogni rio ha la sua puzza cronica»). Di nuovo diamo ascolto a Scarpa:

«Perché vuoi combattere contro il labirinto? Assecondalo, per una volta. Non preoccuparti, lascia che sia la strada a decidere da sola il tuo percorso, e non il percorso a farti scegliere le strade.».

Seguendo il vociare dei turisti sarà facile imbattersi in bacino Orseolo, dietro Piazza San Marco per vedere le gondole in partenza «sgusciare» a decine, a distanza di pochi centimetri senza mai toccarsi e magari riuscire a sfiorarne il fianco o le fórcole (gli appoggi dei remi). Venezia non è infatti una città solo da ammirare (e sarebbe sufficiente) ma anche da toccare – alcune calli sono talmente strette da ritrovarsi semi-incastrati – e da calpestare, maségno per maségno, le pietre del selciato che rivestono tutte le strade. A Venezia è bene stare attenti a dove si mettono i piedi, e non solo per non scivolare ma anche per non sporcarsi. Alle Zattere, ad esempio, le calli sono macchiate d’inchiostro di seppia, soprattutto a primavera, segno del passaggio dei pescatori notturni. E’ proprio in questa direzione che scegliamo di andare, non prima però di aver ammirato, La Fenice. Raggiungiamo Campo Santo Stefano per concederci una piacevole pausa spriz (eredità asburgica che almeno a Venezia andrebbe servito con il seltz al posto dell’acqua) o un calorico lingotto, gelato al gianduia affogato in un bicchiere di panna montata.

Venezia, canali

Foto di Annamaria Pini

Riprendiamo la nostra passeggiata fino al Ponte dell’Accademia per ritrovarci di fronte all’omonima Galleria, equivalente veneziano degli Uffizi fiorentini, e giungere alla Collezione Guggenheim, a Santa Maria della Salute e a Punta Dogana, tutto nel sestiere di Dorsoduro. Risalendo verso il centro in un continuo su è giù tra «dossi, gnocchi, schiene gibbose, avvallamenti, depressioni, dispulvi» – i veneziani hanno le gambe allenate – raggiungiamo Campo Santa Margherita, piazza del mercato e baricentro estivo della vita notturna: lo spettacolo più folcloristico è quello che i pescivendoli regalano agli spettatori «lanciando in aria pesce azzurro e sardine che i gabbiani inghiottono al volo».

Con quest’immagine Scarpa ci ricorda che Venezia è una «città totemica, abitatata da allegorie in carne e ossa»: uccelli, pesci, gatti, cani e, purtroppo, molti topi.

Saliamo verso il sestiere di Santa Croce per la seconda meraviglia estetica consigliata dalla nostra guida d’eccezione: i rilievi lignei di Francesco Pianta, «una scorpacciata barocca di cui non parla mai nessuno», dentro la Scuola Grande di San Rocco, principalmente nota per le opere del Tintoretto. Nelle immediate vicinanze, Santa Maria Gloriosa dei Frari, capolavoro gotico veneziano, da cui si può decidere di tornare verso la stazione per una sosta tranquilla ai Giardini di Papadopoli in stile francese, o continuare a girovagare nel ventre del pesce-Venezia curiosando qua e là nelle botteghe artigiane. Sarà facile cadere nella tentazione di acquistare una maschera veneziana come souvenir (ce n’è di tutti i tipi e prezzi, quelle di cartapesta sono le più care). A questo proposito Scarpa rivela una curiosità: poiché Venezia «è una città in cui non esiste la privacy…ci si incontra in continuazione, ci si saluta sette volte al giorno», la passione per le maschere è nata nei secoli scorsi proprio per proteggere la propria identità e muoversi in incognito.

Raggiungiamo così l’ultimo sestiere, San Polo. Campo San Polo ci accoglie nella sua atmosfera vivace che ogni anno fa da scenario al Carnevale. Dietro campo San Polo, l’autore segnala un luogo imperdibile, Calle Stretta, larga appena 65 centimetri. Arriviamo alle Fabbriche Nuove e quindi al Mercato di Rialto con i banchi di frutta, di piramidi vegetali e pesce fresco tra cui brulicano centinaia di cittadini e turisti di ogni dove che danno vita a una grande «babele di lingue». Nelle calli attorno al mercato si trova la più alta concentrazione di bàcari, specie di osterie che offrono bocconcini sfiziosi: «rotolini di acciughe, zampe di granchio, olive all’ascolana, arancini di riso, saltimbocca di carne in umido, nervetti, sardelle fritte, baccalà…», il tutto innaffiato con «un’ombra», e cioè un bicchiere di vino che una volta si spillava dalla botte dietro il bancone.

Concludiamo il nostro giro su terra ferma (si fa per dire) a Ponte di Rialto (1588), passando davanti alla chiesa più antica di Venezia, San Giacomo di Rialto (421),e al Palazzo dei Camerlenghi. Infine, un tour all’insegna del «radium pulchritudinis» da una prospettiva diversa, a bordo di un vaporetto, o, ancora meglio, di una gondola-traghetto, più larghe ed economiche di quelle classiche (imbarchi a Rialto, in Riva del Vin e del Carbon, a Santa Maria del Giglio, San Marcuola…). Venezia dall’acqua è uno spettacolo sconvolgente e spingersi oltre il centro per scoprire «Venezie parallele» (Burano, le Vignole, Mazzorbo, Torcello, punta Sabbioni…) lo sarà ancora di più.

«Dove stai andando? Butta via la cartina! Perché vuoi sapere a tutti i costi dove ti trovi in questo momento?».

Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce – Ed. Feltrinelli (2013)