Phnom Penh, 48 ore nella capitale della Cambogia

Phnom Penh, capitale Cambogia

Questo articolo fa parte del viaggio di Davide in Indocina. Leggi l’itinerario completo qui »

La capitale della Cambogia è un luogo fuori dal tempo e dentro la Storia (con la S maiuscola): impossibile comprenderla senza andare alle radici di un paese martoriato da una dittatura feroce che ha spazzato via -si stima- il 21% di tutta la popolazione trasformando Phnom Penh in una città fantasma. Città architettonicamente elegante e dai quartieri raffinati, una volta soprannominata la Perla d’Asia, la capitale, adagiata sulle rive del Mekong, è un mix di stile francese e cultura khmer. Per chi visita la Cambogia in direzione di Angkor Wat, una meta da non perdere.

Impieghiamo 12 ore per arrivare dal confine laotiano alla città cambogiana, un lungo viaggio pieno di soste: qui come in Laos le compagnie di autobus probabilmente prendono accordi con alcuni ristoranti e quindi gli stop arrivano fino a 30 minuti creando situazioni paradossali. Si potrebbe dire che cercano di farti pranzare a tutte le ore del giorno, rimanendo spesso delusi quando stranieri attoniti si rifiutano di consumare riso e carne alle 4 del pomeriggio.

Una volta arrivati a destinazione non perdiamo l’occasione di passeggiare per Phnom Penh, per le sue vie eleganti e i quartieri molto diversi da un punto di vista architettonico. Facciamo visita al Wat Phnom, il tempio sulla collina dove la leggenda narra sia nata la città nel XIV secolo: una donna di nome Penh trovò sulle rive del Mekong quattro statue di Buddha e fondò Pnomh Penh, che sta a significare la collina di Penh. Vale la pena vedere il tempio, al cui interno è racchiuso anche un altare dedicato a Confucio ed è anche divertente la strada per arrivare in cima alla collina; non mancherete di notare le dispettose scimmiette che scorrazzano tra un albero e l’altro.

sulla strada per Phnom Penh

Se siete interessati a temi archeologici non perdete il Museo Nazionale, dove sono presenti alcuni reperti portati da Angkor Wat; merita una piccola fetta della vostra giornata anche il Palazzo Reale, dove potrete ammirare la Pagoda d’Argento e il Padiglione di Napoleone III e godere del fresco dei giardini circostanti.

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Per capire la Cambogia e il suo popolo è necessario conoscerne la storia: centro del Regno Khmer, il paese cambogiano è stato per 90 anni (1863-1953) sotto la dominazione francese, prima di conoscere, dopo alcuni anni di monarchia, la rivoluzione di Pol Pot e dei khmer rossi. L’esercito di Pol Pot prese il potere nel 1975 e lo mantenne fino all’invasione vietnamita del 1979; salito al potere, quello che si rivelò essere un dittatore sanguinario ebbe la folle idea di svuotare le città e mandare l’intera popolazione a lavorare i campi seguendo un’idea astratta di ‘socialismo agrario’, in più fece incarcerare, torturare ed uccidere tutti gli avversari politici o i cittadini sospettati di avversare il regime. In quegli anni il paese cambogiano fu abbandonato da tutti i paesi occidentali -che fino ad allora vi stazionavano in maniera permanente tramite ambasciate ed organizzazioni- e dai vicini e la Kampuchea Democratica, così venne ribattezzato lo stato, divenne un luogo di terrore e morte. Si stima che siano morte tra un milione e mezzo e tre milioni di persone su un totale di 8 milioni di popolazione, una cifra spaventosa che ancora oggi lascia traccia in quasi tutte le famiglie cambogiane: un buco mostruoso che ha spazzato via un’intera generazione, morta nella camera delle torture o nei campi per il troppo lavoro e la mancanza di cibo.

A testimoniare l’orrore è rimasta la scuola Tuol Sleng, centro delle torture dove hanno trovato la morte migliaia di persone: Tuol Sleng è conservata com’era negli anni del terrore, con le stanze delle torture e le foto dei migliaia di persone scomparse. Un’esperienza molto forte, una meta ineludibile per capire cosa ha passato il popolo cambogiano. Il regime di Pol Pot trovò la sua fine nel 1979 dopo la guerra persa con il Vietnam, conseguenza della politica guerrafondaia che il regime tenne con i vicini pur non avendone i mezzi. Il conflitto però non cessò definitivamente e divenne una lunga guerra civile che ha visto la fine solo nel 1989, quando i khmer in cambio di amnistia accettarono di deporre le armi: molti dei crimini commessi durante il regime di Pol Pot sono rimasti impuniti. Anche questo è alla base di una società profondamente ferita, divisa e in parte schizofrenica.

Tuol Sleng, Phnom Penh

Roland Joffè ha girato Urla del silenzio, film che narra la storia di un giornalista che, rimasto nel paese durante il regime, diventa testimone degli orrori e della violenza drammatica del regime. Il titolo fa riferimento alle terre divenute campi di sterminio e fosse comuni.

Phnom Penh è diventata con gli anni anche un centro molto vivo per la vita notturna e le notti brave, come per gli altri paesi del Sud-Est asiatico ha subito la nefasta influenza del turismo sessuale proveniente in gran parte dai Paesi Occidentali: informatevi bene quindi prima di andare in club o discoteche, per appurare che non siano quei desolatissimi bordelli dove per pochi dollari trovano sfogo i bassi istinti dell’uomo bianco.

Dove dormire a Phnom Penh. Noi abbiamo alloggiato al The Mad Monkey, un ostello che offre tutte le possibilità e i comfort nella zona più vivace di Phnom Penh: un letto in dormitorio a 5 euro o una doppia a 10 euro, wi-fi, ristorante, bar, sala comune con biliardo e televisione dove guardarsi il mucchio di dvd che stanno nei tavolini sottostanti. Per intenderci, il grande classico e film più gettonato è The Beach, l’avventura di Di Caprio in un’isola thailandese, una delle visioni più comuni in tutta la parte meridionale della cosiddetta Indocina. Se invece per una volta volete fare i raffinati e sprofondare nel lusso più smodato potete andare al White Mansion Boutique Hotel, un 4 stelle con piscina e mini bar in camera che vi costerà intorno agli 80 €.

Il viaggio di Davide in Indocina continua… Nell’ottava meraviglia del mondo, Angkor Watt