Da Ortisei allo Sciliar: l’itinerario delle streghe

Ortisei

© Gianfranco Goria

Lo chiamano “Il Giardino delle Dolomiti”. L’altopiano dominato dalle Dolomiti più mitiche – Sassolungo, Catinaccio, Sciliar – adagiato sul lembo meridionale della Val Gardena, più di 50 km quadrati modellati da dolci colline che non sfigurerebbero in Toscana e invece qui sono a 2000 metri di quota, boschi e pascoli introvabili altrove. L’Alpe di Siusi (Seiser Alm) d’estate è un tripudio di fiori e un’eccezionale palestra a cielo aperto, con 350 chilometri tra sentieri e piste da mountain bike, mentre d’inverno è il paradiso dello sci, in prticolare quello di fondo con oltre 60 chilometri di piste. Siamo nel Parco Naturale dello Sciliar e la strada è una sola, al margine estremo dell’Alpe: tappa centrale, Ortisei. In genere, le guide turistiche si sperticano in descrizioni poetiche usando i soliti tre aggettivi: “suggestivo” (parlando dei panorami), “romantico” (a proposito delle passeggiate al tramonto) e “delizioso” (quando è ora di mangiare).  Nessuno però usa mai l’aggettivo “stregato”. Eppure i racconti locali sembrano ossessionati dalla presenza delle streghe in zona, tanto che potete trasformare un classico itinerario lungo la strada dell’Alpe, da Ortisei fin sotto lo Sciliar, in una vera e propria “caccia” alle streghe moderna e (per fortuna) incruenta.

Castelrotto

© Claus Moser

Le prime avvisaglie di infestazioni stregonesche le abbiamo in un paese poco fuori Ortisei, in località Saltria, verso Sud: pare sia ancora vivo il ricordo di due vecchie al cui passaggio la tal comare del maso Platider vide trasformarsi il burro che lei rimestava nella zangola in un enorme mostruoso topo. Voci varie e maldicenze giuravano che le due venissero dai paesi più a Ovest, dall’altro versante della Montagna.

A Ovest di Ortisei si incontra Bulla, un paesino di 130 abitanti a 1500 metri, con una chiesetta gotica del 1300: è incantevole e nessuno sospetterebbe traffici col Demonio. Però qualche storia si racconta: un contadino di queste parti aveva negato ospitalità per la notte a una vecchietta. Il giorno dopo, tornando ai suoi campi, trovò i covoni di fieno, che aveva radunato con tanta fatica i giorni prima, trasformati in massi – che puntualmente troverete lì attorno, segno inequivocabile di stregoneria.

Ancora più avanti, si arriva a Castelrotto. Qui la diceria diventa concreta, prova tangibile – pietra, per dirla tutta. In località Bullaccia, un sentiero, ben segnalato (e molto trafficato, a dire il vero), vi porterà alle famigerate Seggiole e Panche delle Streghe (Hexenstügle und Hexenbänke). Nonostante il nome poco invitante, il posto è meraviglioso: la meta è un gruppo di massi, modellati dal tempo e dagli elementi con una forma molto somigliante a delle poltrone, che si affacciano sulla valle sottostante: in effetti, sembrano fatte apposta per controllare il mondo di sotto. Probabilmente il sito era un luogo di culto fin dall’epoca preistorica; ma sta di fatto che la fantasia popolare non ci ha messo molto a trasformarlo nel quartiere generale di presenze più o meno stregonesche: da lì, si dice, guardavano minacciose i paesi e decidevano su quale dirigere questo o quel temporale devastante. L’unica salvezza era suonare in tempo le campane della chiesa; ma il più delle volte i parroci non potevano prevedere l’attacco delle forze del Male – e arrivava la grandinata, con conseguente disgrazia per i raccolti.

Presule

© Luca Lorenzi

Andiamo avanti, avvicinandoci sempre più allo Sciliar: siamo a Siusi. Spettacolare alpeggio a 1850 metri, ufficialmente è parte del comune di Castelrotto, nei fatti è una realtà unica e a se stante: da cui si vede la vetta più alta del massiccio, il Petz. Qui si racconta del povero pastore Hansel, smarritosi per disgrazia là sopra e tornato a casa pazzo, straparlando di donne che si trasformavano in civette e di caproni che camminavano su due zampe. Ma è nel paese più a Sud-Ovest che si racconta l’episodio più suggestivo.

A Fiè allo Sciliar, infatti, presso un ameno laghetto artificiale appena fuori del paese, un masso erratico nel bosco è segnalato con il suo bravo cartello come Sasso delle Streghe: qui – si dice – un povero parroco che si illudeva di poter convertire le streghe si era accampato per la notte. La mattina dopo venne trovato a pezzi, nudo, con inequivocabili segni di graffi. Dell’episodio, avvenuto attorno al 1500, pare si interessasse il Governatore del Tirolo, Leonhard von Völs, che promise di trovare gli assassini e il suo castello divenne il quartier generale di una vera e propria caccia alle streghe. Castello che si può visitare (anzi, si deve – è perfettamente conservato ed è uno scrigno di tesori artistici): lo trovate poco più avanti, nella frazione di Presule. Lo zelante funzionario riconobbe i colpevoli in nove donne, additate da tutti come terribili streghe e bruciate vive…

Streghe dello Sciliar

© bsterling

La memoria di questa ingiustizia si è fatta folklore: le immagini delle streghe, con tanto di scopa e bazza sdentata, ora sono sparse un po’ dappertutto nella zona e i turisti le confondono con la Befana. Ma non basta: ci sono persino pacchetti vacanza per famiglie, organizzati dalla Regione, con una tal Strega Martha che racconta favole, insegna ricette più o meno magiche, organizza una passeggiata notturna nel bosco (naturalmente di giovedì) e alla fine rilascia pure l’attestato di stregoneria. D’inverno, per gli adulti, lo Skitour delle Streghe, sette discese adrenaliniche attorno a Ortisei, con tanto di tunnel scavato sotto la neve e figure a grandezza naturale.

Chiudiamo il nostro itinerario poco più a Sud, sempre ai piedi dello Sciliar, nel paese di San Martino dove aveva la casa il malefico Hans Kachler. Beneficiato dal Diavolo di una forza straordinaria, in un impeto di rabbia, pare abbia scagliato, dritto dritto dalla cime del Petz, il punto più alto dello Sciliar, un enorme masso in mezzo ai prati: è il Tchanstein. Ma oggi ai bambini raccontano solo che Hans fosse ghiotto di canederli

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Dimitri Patrizi

Dimitri Patrizi

È un viaggiatore romantico, di antico conio, come se ne facevano una volta. Viaggia per storie, più che per luoghi. In coppia è meglio, di più è già troppo. Odia la folla, rifugge i tuttocompreso, disprezza gli esodi di massa e s’illude ancora che il turista possa non essere per forza un vandalo che non lascia più crescere nemmeno un filo d’erba dopo il suo passaggio. Laureato come tanti, come tanti ha cominciato da stagista e dopo aver vagato per vari anni nel mare magnum della televisione è approdato in Rai dove si sforza di lavorare a quel che resta di programmi culturali, preferibilmente in trasferta. Per Viaggio nel Mondo sono autore e curo la rubrica Viaggio nell’arte.

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