Norcia, tra sacralità e seduzioni di gola

NorciaCC Hans Peter Schaefer

Se la parola “norcino” oltre a significare “macellaio” significa “proveniente da Norcia” e se questo è vero già dai tempi degli antichi Romani, qualcosa vorrà pur dire: i vegetariani inorridiscono, ma tutti gli altri buongustai capiscono subito che se vogliono trovare il meglio del meglio della salumeria, da millenni, devono venire qui, come in pellegrinaggio. Il colesterolo aumenterà, ma val la pena di mettersi a dieta tutto l’anno per venire almeno una volta nella vita a Norcia, in Umbria, a toccar con mano – e soprattutto col palato – se questa fama norcina sia meritata.

Sì, lo so che la città ha dato i natali a San Benedetto – patrono d’Europa – e che potevo farvi un’introduzione molto più mistica cominciando con un bell’Ora et Labora, ma si vede che qui siamo tutti peccatori e, più che pregare e lavorare, preferiamo farci un bella gita, mangiare e scattare qualche foto.

Del resto, la città ci offre numerosi spunti per ammantare la nostra visita di una patina culturale e far credere che siamo qui per l’architettura, i monumenti e le preziose opere d’arte. A cominciare dalla statua di San Benedetto, cui è intitolato il cuore urbano di Norcia e che guarda severa dal centro della piazza, e dalla Basilica che troneggia in gloria stupendoci col suo rosone trecentesco, sopravvissuto in tutta la sua bellezza ai tanti terremoti (se si è così fortunati da arrivare all’orario giusto, come i vesperi, si è accolti dal canto gregoriano dei monaci in preghiera). Raccomandata la discesa nella cripta, dove alcune fondamenta d’epoca romana sono ritenute dalla tradizione i resti di quei muri dove Benedetto mosse i primi passi terreni verso la santità.

E ancora, il Palazzo Comunale lì a fianco, testimonianza della medievale autonomia comunale, si fa ammirare per la bellissima loggia con leoni ricostruita nel 1876 in seguito al terremoto. All’interno sono custoditi stalli lignei del Priore, gli stemmi comunali realizzati con essenze vegetali (ora in fase di restauro) e il reliquiario di S. Benedetto.

Sul lato destro della chiesa troviamo invece il famoso Portico delle Misure, dove si teneva il mercato dei cereali e dove sono ancora visibili le misure di capacità in pietra, del 1570.

Alle spalle del monumento al Santo c’è La Castellina, sede cinquecentesca fortificata del Governo Papale, disegnata, nel 1554, dal Vignola (cioè il successore di Michelangelo al ruolo di architetto capo di San Pietro, tanto per intenderci). Austera struttura quadrilatera con torrioni, racchiude un bel cortile dominato da una statua romana togata. Oggi è sede del Museo civico – diocesano.

La nostra scelta a Norcia. Puntate sul classico: l’Hotel Grotta Azzurra accoglie i turisti in pieno centro storico dal 1850.

Dietro la Castellina, la Cattedrale di Santa Maria Argentea, che conserva, incastonato sul lato sinistro, il portale dell’antica pieve demolita per far posto al palazzo papale.

Defilato, da scoprire, in via Umberto, il piccolo capolavoro del 1354, di Vanni della Tuccia, il cosiddetto “Tempietto” – un’edicola votiva all’angolo della strada, decorata secondo il più fantasioso repertorio iconografico medievale, nonostante la struttura sia di un rigoroso classicismo –  mentre un’altra chicca nascosta è il Criptoportico nei pressi della Porta Ascolana, con reperti risalenti all’originaria civiltà sabina che per prima si insediò in questa regione.

Prosciutto di Norcia

(c) Gabriele Delhey

Adempiuto così ai nostri doveri cultural-spirituali, possiamo ora gettare la maschera e rivelarci per i mangioni che siamo. Giunta l’ora di pranzo, dai numerosi ristoranti del centro storico spirano profumi di prelibatezze e tentazioni di gola. Ci attendono i prodotti tipici di Norcia.

Principe in tavola è ovviamente il Prosciutto, stagionato, di montagna, riconosciuto IGP già dal 1998. Basterebbe lui per rendere indimenticabile la cucina norcina, ma qui non si accontentano: arrivano anche le lenticchie di Castelluccio, la ricotta salata, il pecorino, l’altrove quasi dimenticata cicerchia, il prezioso tartufo nero, il lonzino di carne magra insaporito al finocchio, il capocollo, per concludere coll’insaccato più impudente di tutti, nel nome, inquietante a tutta a prima, ma eccezionale appena si assaggia: i coglioni di mulo – è tutto suino e il nome fa riferimento solo all’aspetto esteriore, non alla composizione interna, non temete.

A proposito di muli: li trovate, vivi e perfettamente integri, nel vicino Parco dei Monti Sibillini. Vi aspettano per un trekking a dorso di mulo lungo le antiche mulattiere, con escursioni anche di più giorni. I bambini ne vanno pazzi, i panorami sono stupendi, l’aria squisita ed è un ottimo modo per smaltire i chili che già stavamo cominciando ad accumulare. Il guaio è che poi la fame torna e come si fa a resistere alle norcinerie?

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