La New York Underground dei Velvet

velvet underground new yorkCC gavin robinson

New York è piena di rumori privi di significato, che potrebbero essere la sua grazia redentrice.
Lou Reed, 1966

Inconsapevoli precursori del punk e della new wave, Lou Reed, John Cale, Maureen Tucker e Sterling Morrison, hanno influenzato, e continuano a farlo, con il loro sound crudo e trascinante musicisti di diverse generazioni. Da David Bowie ai Talking Heads. Questo grazie anche ad un legame molto stretto con New York. Diverse band nella storia della musica si sono identificate con la propria città di origine: atmosfere, luoghi e persone raccontate sulle note di una canzone fanno vivere una città molto più di un’immagine. Nel caso della Grande Mela degli anni ‘60, i Velvet Underground sono i cantori per eccellenza dell’anima sotterranea della cultura americana alternativa.

Tutta la musica della band nacque dal rapporto con quel mostro tentacolare incarnato dalla metropoli americana per eccellenza: un luogo di creazione e salvezza per Lou Reed, che si contrappone totalmente al grido di pace e amore proveniente dagli hippies della California. Nella loro breve esistenza, dal 1965 al 1970, i Velvet Underground, hanno esplorato i peccati e le possibili vie di redenzione per le strade di New York. Basta pensare a  Sunday Morning e a come riesce a evocare un certo clima della New York warholiana, con le sue paranoie e ansie dopo una notte di bagordi. Quei luoghi non sono più lì, come vestigia commemorative, a narrare l’identità di questa gruppo cresciuto in mezzo ad avanguardie e movimenti underground. Ma non per questo risultano perduti.

Lou Reed

CC Danny Norton

Al Pickwick Building a Long Island (8-16 43rd Ave), una volta sede della Pickwick Records, un giovane Lou Reed lavorava come compositore: scrisse la splendida “The Ostrich”, che con una band di supporto, tra cui figurava un certo John Cale, venne promossa. Reed, visto l’apprezzamento di Cale, gli fece ascoltare un embrione di quella che sarà la mitica Heroin.

Un luogo da citare (oggi al suo posto c’è una cantina) è sicuramente il Cafè Bizarre al Greenwich Village (106 W 3rd Street), punto di ritrovo in quegli anni per artisti d’avanguardia, filosofi, scrittori, poeti, musicisti, attori, drammaturghi, registi e teorici politici. Uno stanzone lungo con segatura sparsa sul pavimento e lampade coperte da reti da pesca alle pareti. Qui si realizzava anche l’attività sotterranea di Reed e soci, visto che le sonorità spigolose dei Velvet non erano quello che cercavano di promuovere le case discografiche del periodo, desiderose di trovare un rimedio alla “British Invasion”. I loro testi, però, erano troppo scandalosi anche per il Bizarre, per cui una sera, in barba ad un esplicito divieto, eseguirono Black Angel’s Death Song: nemmeno a dirlo, furono licenziati in tronco. Quella notte, però, conobbero Andy Warhol con la sua corte di artisti underground, prostitute, drag queen e tossicomani.

Warhol invitò i Velvet e Nico alla Factory (231 E 47th Street), il santuario del re della pop-art. Se ci andate oggi purtroppo ci trovate un parcheggio. Comunque da lì nacque ogni cosa: Warhol vorrà i Velvet Underground con Nico nel suo show multimediale nella sede della Film-Makers’ Cinematique (West 41st Street), intitolato in un primo momento “Andy Warhol Up-Tight”, e poi “The Exploding Plastic Inevitable” nella sua versione evoluta, dove la musica si divide il palco con fruste e stivali di pelle, bilancieri, giganti torce elettriche, siringhe ipodermiche e croci di legno.

Altre mitiche location delle performance del gruppo, sono state il Paraphernalia, boutique di abbigliamento all’ultimo grido e laboratorio per giovani talenti in Madison Avenue tra la 66° e la 67° strada, e il Dom in St. Mark’s Place nell’East Village: erano gli anni di Warhol, del suo entourage, degli eccessi, dell’apologia trionfale e del lamento funebre. Senza dimenticare il Café Wha? (115 Macdougal Street ) nel Greenwich Village dove ancor oggi si può ascoltare ottima musica.

Se vi trovate al 213 della South Park Avenue davanti ad una banca ed uno Starbucks, sappiate che anche lì pulsava la notte di New York: al Max’s Kansas City, night club ritrovo per artisti della New York School, i Velvet suonarono gli ultimi concerti con Lou Reed nell’estate del 1970. Soprattutto qui Brigid Pollock registrò un concerto del gruppo sul suo Sony TC120: i nastri vennero poi pubblicati dall’Atlantic, primo bootleg della storia accettato da una casa discografica.

Forse però, uno dei luoghi più rappresentativi della musica dei Velvet, dove storie di alienazione, solitudine, rapporti sadomaso, droga e violenza vivono in una New York turbolenta e viziosa, è l’angolo tra la Lexington Avenue e la 125th Street. Il bivio per East Harlem era la casa di spacciatori e ogni genere di disadattati, dove Lou comprò l’eroina in I’m Waiting for the Man.

Stesso discorso per Union Square, parco conosciuto per lo spaccio, tra la 14° e la 17° strada nel centro di Manhattan, dove è ambientata Run Run Run. Ma qui la vita di strada degenerata si dipinge in immaginario quasi religioso, sul peccato e la salvezza. Proprio le cose che le viscere di New York, con il suo nichilismo disperato, alimentavano insieme al fuoco interiore dei Velvet Underground.